domenica 15 settembre 2024

I figli non lasciano scampo.


Guardo, strizzandomi tutta come  fossi solo occhi, la foto di due giovani, un uomo e una donna. Sono molto belli, i visi distesi. La foto trasmette una corrente di quiete e di attesa. Non si sono ancora addentrati nei percorsi del lavoro, forse il ragazzo si è laureato da poco. O forse non ancora. Lei frequenta l'università e le piace e lavora. Sì, è brava nel trovarsi quei lavoretti, promoter di qualche marca di sigarette - si fuma ancora, come se non si sapesse  nulla - o come cameriera nelle pizzerie del centro storico, lavoretti (sottopagati, allora come ora) tipici di chi vuole l'indipendenza, un minimo almeno.

Sono vicini, quasi abbracciati, è incontestabile il loro amore reciproco. Eppure litigano spesso e furiosamente, ma guai a interferire. guai a chi tentasse di metterli l'uno contro l'altra: ecco due tigri, eccoli pronti a sbranare chiunque osasse, anche solo il tentativo di renderli nemici, l'uno all' altra.

Sono belli e mi tolgono il fiato. Sono teneri e mi spezzano il cuore.

Sono i miei figli e, oggi, sono altri.

La luce e il contorno radiosamente rotondo del volto di lui sono scomparsi, si è  fatto tagliente, di pietra aguzza scolpito - eppure questa nuova magrezza spaventa solo me.

Gli occhi di lei si velano dietro solitudini perseguite con crudele ostinazione. Crudele con sé. Ma il piccolo adorabile naso è quello di una bambina indifesa.



Sono i miei figli che, oggi, non lasciano scampo.

Né a me, né a se stessi.



giovedì 5 settembre 2024

Antiriflesso.


 Sono tornata qui. Mi sono auto sfrattata da facebook. Troppo corrosivo, come acido muriatico. E anche perché mi è stato consigliato, forse è proprio così, sono troppo vecchia e la vita e il modo di agire degli altri non fanno per me. Ma Ho ancora da dire, mi preme sul cuore un peso di calcinacci - rimpianti? rimorsi? allucinazioni? - e poco alla volta, con occhi pesti e persi, mi metterò a stanarli.

Con l'antiriflesso delle mie nuove e inutili, o quasi, lenti. 
Questo termine è caduto, come si usa in un lessico dei miei tempi, scherzosamente serio, a fagiuolo.
Giacché l'antiriflesso aiuta a eliminare, parzialmente, quei vapori metallici, quei timbri striduli, quelle lancinanti lame che ci accecano quando fissiamo quella che, pensiamo, sia luce. Amica, generosa, comprensiva.
E mentre penetra negli occhi e da lì scende al cuore, corrode e strazia, iridi fisiche e iridi segretamente serbate.
A me è successo.
Oggi sono senza luce, ne ho poca e bella e santa e me la tengo stretta.
Con l'ausilio degli antiriflesso.
Grazie anche a due donne di dolcezza di bocca e di anima: una è Altrove; l'altra la fanciulla-ortottista.
Amiche vere, e con loro non avrò necessità di proteggermi.

E, chissà. Alla prossima.


mercoledì 6 settembre 2023

In una sera di settembrebre

Non mi interessa cercare di vedere

le immagini sono macchie su foto

antiche - ne ho tante in una scatola

accucciate da decenni una sull'altra -

Non mi graffiano le voci, quella che pigola

dell' imberbe uomo o quella artificiosa

dell'intervistato, recitano i due guitti

e recitano male perché vogliono 

convincere me e te e tutti che sono bravi.

E bravi sono. Manzonaniamente, m'invento 

il termine. Non ho niente da vedere, né 

da ascoltare e il dialetto di Partenope è

così stretto e biascicato e squagliato e

incagliato tra i denti che mi faccio sorda.

Così non faccio altro che scrivere quassù

sciocche riflessioni che tu non leggerai.

E chissà se le leggerà lui, srotolando i 

muscoli sul divano, in attesa del sonno.

Poi c'è il più piccolo e certamente s'è

addormentato già da un pezzo.

Tutto il resto, tutte le parole, dai canali

di un'informazione buffona, bugiarda,

bieca, becera, banale e tutte le b brutte

che ancora non conosco e sono vecchia per

tornare sui banchi e al dizionario.

Tutto il resto, dicevo, non è più attinente

alla mia vita. 

Oggi, distesa sul letto, quella bambina,

ferita senza scampo né pietà, si è  liberata.

Oggi è volata via e non tornerà più.



mercoledì 23 giugno 2021

Al gelsomino arabo che quest'estate fiorisce.

 




Non scrivo quasi  19 aprile 2021

 

 

Non scrivo quasi più niente

ho le mani intirizzite

stecchite dalla sfiducia

gli occhi li ho persi da tempo

e da un anno sono secchi

somigliano alle foglie

del rampicante indiano

macchiate delle muffe invernali.

Non scrivo più parole

che mi cantano in testa e

nella pancia danno pugni

Il cuore? No quello ha altre cose da fare,

non pompa versi storti

fai il tuo lavoro, gli dico,

vai avanti ancora un po'.

Non ho più parole.

Le voglio ascoltare dagli altri

mi rotolano nelle orecchie

si raggomitolano come fili di lana

messi da parte per lo scialle che scalda

si acciambellano come la gatta sulle mie gambe

e a volte fanno le fusa.

Ascolto le parole degli altri.

Molte hanno un rantolo buio

allora spalanco la finestra

ai suoni di piombo della città

perché fuggano fuori, fuori da me.

Si infrangano pure, le parole, sul selciato di lava,

si annocchino pure, le parole,  nei cassonetti

trasudanti quintali di plastica.

Inerpicate sui muri, sbiadiscano

impastandosi tra loro.

Non ho più parole, no.

Ho però cespugli in attesa

un bottone di rosa,

un nido di merli,

un geometrico cielo tra i tetti

a cui alzo lo sguardo

per incrociare quell'occhio divino.

Ho una gatta che sfoglia i fiori nel vaso di coccio.

E molti libri che qualcuno legge per me.

Tutto questo - che non ha bisogno di parole –

è la cornice che vi trattiene

mie infinite luci.



 

martedì 17 novembre 2020

Confronti

 


Confronti novembre 2020

I confronti non si adeguano, non appartengono
all’amore
perché pretendono una mancanza da una parte
o dall’altra
Incoraggiano l’amarezza delle labbra
la rigidità dei sorrisi
la fissità degli occhi traccia un filo d’acciaio
che si attorciglia.
Nei confronti si schierano gli amori
diventano soldati
armati alla pari ma uno vince sempre
 e l’altro è il soccombente

Io ti amo di più  lo abbiamo detto tutti

mentre il cielo incredulo
cadeva a pezzi sulle nostre teste.
Il confronto nell’amore c’è ed è lacerazione
di un altro tempo
che non ha limiti di tenerezze di carezze
anche di sofferenze
 
-le sofferenze uniscono più che le gioie-
 
Confrontare l’amore è pesarlo
con la bilancia a due piatti del bottegaio,
era d’ottone e marmo,
 s’affosserebbe un piatto e non dal chilo in più,
 
(perché mi viene in mente la libbra di carne?
 di un cuore?)
 
Peserebbero il passo indietro, il mettersi di canto,
le lacrime improvvise?
un film e un libro che ci siamo passati a voce? 
una pazzia, un dolore,
un sacrificio che senza chiedere si è imposto?


Frida Kahlo "Le due Frida" 1939
 
 
 

mercoledì 11 novembre 2020

Meglio tacere.

 


Torno qui dopo mesi. Lo dico a me stessa prima di tutto, lo dico a me con una sorta di stupore perché non pensavo di aver voglia di scrivere qui. Come se questo spazio fosse limitato da qualcosa o a qualcuno. E so invece che sono io a dargli robusti confini. Quelli della mia incapacità nella perseveranza, della mia inguaribile indolenza.

Torno qui per tacere, per scegliere il silenzio. Quel silenzio schiacciato, umiliato dalle parole fuori dai denti, scardinato come porte dopo il sisma, sconnesso come le menti dei vecchi allettati da troppo tempo. Cosa potrei e vorrei aggiungere al superfluo? 

In questi mesi di ruggine da scrostare, di paludi abbandonate alle zanzare da guadare, tutto è stato detto, tutto è stato affermato; e tutto negato. Nessuno, nessuno ha avuto o voluto il tempo della riflessione, si è alzato il tiro, si sono sciolti gli ormeggi, scaricando la zavorra del buongusto e della ponderatezza e via alle scorribande di giudizi e critiche e approvazioni ed entusiasmi. Ognuno ha parlato per sé e per gli altri, ma anche contro sé e contro gli altri. Se mai dovessi raccontare di  questi mesi, al netto della solitudine feroce, delle vittime inermi, della paura armata di medievale falce, degli affetti dispersi nelle chat e nelle videochiamate, ne racconterei le voci, contraddittorie e spesso, troppo spesso ipocrite. 

Non mi interessano né i negazionisti, né gli esperimenti muscolari tra scienziati e politici. Non mi interessa neanche più l'utilizzo scriteriato delle notizie da parte dei media: molto più che a una realtà oggettiva che si avvicinasse maggiormente alla verità dei fatti, si è preferito il megafono dello spettacolo, quasi una drammatizzazione teatrale da grandguignol, un sopperire triste e scadente alle ribalte vuote di teatri e cabaret. E non m'importa neanche di chi si professa adempiente, ligio alle regole e se ne fa vanto - l'individuo mediamente intelligente sa quando e come proteggersi e l'individuo mediamente inserito nella società sa quando e come comportarsi con gli altri. E quelli che non si proteggono e non proteggono gli altri, non sono né intelligenti né individui socialmente accettabili. Non provo alcuna curiosità per loro, per le asserzioni in antitesi tra loro, per l'ampollosità che ne trasuda, come se dovessimo arrenderci, tutti, a una escatologia nuova e sicura.  

Mi interessano il non detto, il sottaciuto, l'intravisto. Mi interessano e mi sconfortano in pari misura il velo squarciato a metà, il sipario accostato, il buco della serratura oltre il quale c'è il bisbigliare della coscienza.

Mi interessa l'umanità offesa. Mi interessa la resurrezione possibile.  E mi interessano le parole di nuda verità, senza glorificazioni, né cori, né emozioni. Quelle che dicono che una Democrazia non sarà mai una democrazia compiuta e "grande" fin quando non sarà in grado di assicurare la salute, a tutti i cittadini. Tutti.

Per il resto, preferisco il silenzio. Meglio tacere.  


lunedì 25 maggio 2020

Dietro i vetri e non è un diario.


Ora potrei dire che ho riflettuto, che ho rovistato dentro la mia carne, affondando nel sangue che scorreva feroce e vivo nella penombra della lampada, con le scale agitate da fantasmagorie dietro i vetri della finestra affacciata sulla strada  abbandonata dai passi di uomini e donne con i cani al guinzaglio, per l’ultimo giro d’aria. Ora potrei parlare di quello che abbiamo vissuto, ma mi è ancora dolcemente doloroso, mi pare di sfiorare un ematoma pulsante verso cui tende, irrefrenabile, la mano. Non voglio stilare un diario, leggo che ne sono in procinto di edizione o almeno in speme, decine o chissà centinaia di scritti, pensieri e vite di forzata clausura. Ciascuno di noi, e siamo milioni, custodisce percezioni, sentimenti, che siano simili o no poco importa. Non ho curiosità particolari su questo. Quello che mi sollecita è il binomio, involontario, solitudine o isolamento - cambiamento.
Dunque si sbandierava, assieme ai tricolori alle finestre e ai balconi, il cambiamento. S’aggirava per la penisola uno spettro, ma era uno spettro che non incuteva timore, anzi: andavamo in brodo di giuggiole perché ci piaceva, perché no, essere migliori. O credere con una seria certezza di poterlo diventare. E quindi le piazze, sconfinati deserti e bellissime, delle nostre città, la gioiosa consapevolezza di contribuire al loro respiro; la commozione per i medici e i sanitari, l’emozione drammatica di Papa Francesco sperduto davanti al colonnato di S. Pietro.  I cori, i canti, i musicisti, gli artisti, tutti a chiedere con affettuosa premura di restare a casa. Buoni, a casa. E lo siamo stati.
Per un po’. Poi tutto è scemato, le mani hanno smesso di applaudire perché i morti non diminuivano, le bandiere sono state arrotolate, i cori si sono zittiti, gli artisti e tutti gli altri hanno cominciato a mostrare una ciclica prevedibilità e tutto è piombato nel silenzio, quello effettivo della solitudine.
Ci siamo messi, come la mia colombaccia sul ficus, a covare. Rabbia e frustrazioni, rancori, paure, attese disattese sono esplosi sui social - pleonastico dire  che questi sono ormai il termoscanner dello stato morale, politico, economico, sociale di una nazione -  e ne hanno fatto le spese alcune persone che, per un motivo o per un altro, hanno surriscaldato la minestra scotta ma sempre avvelenata della ciancia nostrana e  la ripresa gloriosa della nostrana fatwa non si è fatta attendere, a chi tocca tocca.  Fine della bontà, fine del mondial festival della fratellanza.
Quindi, se ne dovrebbe dedurre che l’isolamento ci ha danneggiati,  spiritualmente oltreché materialmente.
Parrebbe di sì, di primo acchito. Sicuramente ci ha impoveriti economicamente e sarà durissima sfangarla la vita, ma non per tutti. Questo è il primo madornale abbaglio che ci ha accecati: la crisi non è per nulla democratica,  mieterà le sue vittime tra i più fragili, falcidierà i deboli, proprio come ha fatto il virus. E come ancora lo fa, dall’altra parte del globo.  E nulla, o poco, si sa dell’Africa. Quelli che rabbrividiscono per gli sbarchi, potrebbero tirare un sospiro di sollievo. Sì, lo so, sono cattiva, mi adeguo.
Parrebbe dunque che la solitudine - oltre le torte e i dolci fatti in casa, che bello! E i libri, quanti ne abbiamo letti e la musica e i film riscoperti, ah! I vecchi film (io per prima eh) - ci abbia resi perversi, rabbiosi, pronti a sferrare l’attacco al primo disgraziato che capitasse sotto tiro. No, non è così, non lo credo. Perché la solitudine è straziante per la mancanza e fa piangere la sera, quando anche il soffio di vento dietro i vetri della finestra cessa e tutto diventa un cielo senza voci e le voci delle persone assenti ti rimbalzano nella testa e nel petto e vorresti afferrarle e quando i volti lontani si affacciano dall’etere tecnologico c’è il sobbalzo del cuore e resti a spiare ossessivamente quei tratti, i movimenti, li riconosci, li riapprendi, li leggi. Senza toccare, immobilizzi  le mani che sono rami inutili. La solitudine è chiudere il cervello all’oggi e fingersi nel futuro e immaginare, tutto quello che manca, tutti gli assenti. La solitudine è costruire il domani, con pazienza.  La solitudine è fatica, un avvolgersi in sé, una coperta da tessere per proteggersi.  Aspettando. Mi piace pensare che diventi un lavoro, un’occupazione nella quale impegnare quella parte di noi che, nel trambusto del fuori, del gomito a gomito, della pacca tra colleghi, è sempre negletta, oscurata. Uno sbilenco, schiacciato io a cui non rispondiamo perché non abbiamo tempo.
La solitudine-isolamento no, non ci ha cambiati, non tutti, forse anche pochi. E quei pochi sono quelli che, in qualche modo, l’hanno riconosciuta perché, in un altro tempo, in altre occasioni, gli è stata familiare.
Ora siamo liberi, da qualche settimana, ci siamo tolti le catene e ci ritroviamo nella palude di Lerna con l’Idra ancora pericolosamente vivo e con i nostri bisogni e paure e contorcimenti e lividi e pugni serrati ( e quanto crudele sostegno dà a questo nostro inquieto spaurito vivere, l’informazione, "il vaccino salvifico ci sarà a breve, no, tra molto, anzi mai, no ci sarà a breve ma non per tutti" gli esclusi quelli non mancano mai) . Come prima,  peggio di prima. L’incantesimo della Bella Addormentata è finito, sono stati cento anni questi due mesi, per la nostra cattiva coscienza. Mettiamola in libertà e non diamo la colpa all’isolamento, almeno non questo, non quest’ennesima ipocrisia. Siamo così e non vogliamo cambiare. L’altro è un’idea da cui prendere le distanze. E ora che ci è permesso di tornare fuori dalle nostre stanze, fisiche e ideali stanze, rientriamo con scalpitante bramosia tra la folla. Ritorniamo a essere massa, delusa e incollerita perché ulteriori incertezze, ulteriori inganni, ulteriori trappole stanno dietro l’angolo.
La solitudine era il ricovero temporaneo alle nostre afflizioni, l’oblio di noi stessi: eravamo altri, potevamo essere altro. Oggi sciamando per le vie, insofferenti alle mascherine umide di sudori già estivi, sgattaiolando bruschi di fronte a chi ci viene incontro -lo sconosciuto temuto, la minaccia incombente - entrando sospettosi nelle botteghe riaperte a fatica, li lasciamo lì, gli altri noi, quelli che siamo stati in tutte quelle ore sospese in una surreale quotidianità.  Li confiniamo nelle stanze d’ombre e parole e pensieri, come ologrammi di noi.

Edward Hopper "Early Sunday Morning" 1930






mercoledì 6 maggio 2020

Cocci.

Mi chiedo cosa ricorderò di questi giorni, mi chiedo cosa sarò io e come affronterò la vita.  Anche se non sarà poi così lunga. Non ho risposte, non ne trovo, devo rimettere al posto che gli tocca tutti i cocci. Per adesso ho solo frammenti, cocci.


Cocci.  4 maggio 2020

C’è un vaso di terracotta
smozzicato
d’ocra rotta in più punti
come la mia testa
che sta attaccata al collo
solo per rispetto del tempo
perché le resti dentro.
Sta il mio coccio tra gli altri cocci
del giardino spigoloso, arricciato
ammucchiato e croccante di foglie
sotto le suole di gomma,
le ciabatte di due mesi ai piedi
che mi impediscono di raggiungere
una strada, un sentiero, una costa.
Ho letto romanzi stravaganti
e uno magico scritto da qualche strega,
ho letto poesie  addolorate d’amore,
anche le mie parole prive di versi ho letto
distici, esametri scomposti, terzine
vacillanti per lo spavento nuovo
per il distacco rotto dalle sirene.

Ho ammazzato il desiderio, di tutto.

Ho spaccato sminuzzato le mie pene
come mandorle e nocciole
le ho amalgamate all’impasto
di ciambelle e torte infornate
perché il calore scacciasse il gelo
dalla casa e dalla vita.

Niente pensieri niente rimpianti
niente niente niente niente niente

Era il nemico da sconfiggere
il desiderio vorace e l’ansia
li allungavo con l’acqua per non
ubriacarmi di dolore nel buio
che andavo cercando, ogni sera.

Ho tenuto duro, sono stata brava
mi sono tolta le dolcezze dell’attesa.
Di un sorriso, di un abbraccio, di una fuga.

Sto qui tra i miei cocci, sbeccata
tra i ciottoli calpestati dagli uccelli
e la rosa bianca gonfia i boccioli
e l’asparago è una piuma.


Edward Hopper "Cape Cod morning" 1950


giovedì 16 aprile 2020

Della solitudine 2020

Tempo di riflessioni. E se prima lo rincorrevo, incalzandolo, trafugandolo quasi di nascosto, il tempo,  ora si è dilatato, è una voragine in cui sprofondare. Non è una poesia, ma una riflessione dunque. D'altronde le mie sono sempre e solo riflessioni, anche se scritte in modo inconsueto. Forse.


Della solitudine 16 aprile

Della solitudine si parla molto
È la condizione di questo tempo,
 un privilegio anche.
È conficcata in me ma non è il virus.
Non è uno dei sintomi perfetti
per dire che sono malata
la solitudine non fa tossire
non toglie il respiro ai polmoni
non mi fa morire di paura
se mi i cola il naso, se la fronte scotta.
Quindi non faccio paragoni,
non m’inginocchio a piangere pregando.
M’accuccio invece come un cane
battuto dal padrone e non ho però
una coda da scodinzolare.
Forse emetto un mugolio lagnoso
forse digrigno i denti nelle notti
le notti più fredde e lunghe dell’anno
eppure è già metà aprile nel nido
dei colombacci in cima all’albero.
Non per me non per queste assenze
di parole di grida di sorrisi di carezze
che non ci daremo 
per quanto tempo ancora?
Un rospo grinzoso mi irride 
e mi tremano le ossa 
e le cartilagini stridono di rabbia
perché ti ho atteso per tanti anni
senza che tu lo sapessi e ora
mi sei vietato.
Potrei scagliare al cielo pietre di fuoco
potrei non perdonare tutto il male
potrei perdermi di scatto 
in un pelago scuro.
Precipitare  nel mio stesso cuore
come mi accadde in passato.
Ma sono equa.
Sui piatti della bilancia metto l’amore
e non oscilla il peso.  
Tanto avrai tu, quanto dono
all’altra metà di me,
quella lontana e silenziosa e schiva.
Una madre non fa differenze
una madre tace ascolta
tutto comprende
anche il non bene della solitudine.
A questa resto fedele allora, per non tradire,
per non sentirmi colpevole.
Di lei accetto questa pena
amara che mi conforta:
non ho scelto, non ho sofferto meno.



Umberto Boccioni "Controluce" (Ritratto della madre) 1909






sabato 4 aprile 2020

Mutamenti

Non so pensare al dopo. Non riesco a vedere con i miei occhi sfatti che hanno contagiato la mente. Ma so che ci saranno, per me, mutamenti.  E forse per altri.

Mutamenti    4 aprile 2020

Bivacco in questo accampamento
provvisorio - mi dico -
all’equo stringente tormento.
Non ci sono spazi radure d’alberi
cespugli accoccolati nel fitto
non ci sono rivoli salvifici,
ombre di sole o di luna
nel chiuso susseguirsi di ore.
Avverto le pulsazioni più acute
le nebbie umide degli occhi
le vertigini delle assenze.
So che verranno mutamenti
-sono in cammino, sul mio sentiero
franato sconquassato eroso -
Li aspetto sulla soglia in silenzio.
Sono mutamenti tutti i morti
sono mutamenti le solitudini
sono mutamenti le scoperte
dell’amore fraterno e pure
della fiducia tradita, in sospeso.

Ma tu, tu no. Tu no.
Tu non sarai mutamento
Occhi di luce lontana.
Stai bene, ti prego, abbi cura di te.
Metti la mascherina e i guanti
che questa primavera ci regala
Afferra il tempo tra le tue mura
assecondalo, sii gentile con lui.
Abbi pazienza e frena i pensieri.
Lascia solo che volino da me
lasciane liberi uno o due
per me, ché mi basteranno
e non avere pena per me,
per il mio fiato che ti pare affanno
o per tuo padre spericolato,
non essere chioccia con noi
anche se ci fa tepore
nelle stanze, questo tuo amore.

Scavalco quel muro giallo
abbatto i palazzi col bambino inquieto
-m’inquieta il suo piangere -
attraverso il cielo che oggi
ha poca pioggia nel ventre
e  forse qualche lama di sole.
Ti arrivo senza che tu mi veda
senza che tu te ne accorga
siamo insieme, siamo vicine.
Noi non avremo mutamenti del cuore.

Ma tu abbi cura di te, ti prego.




Claude Monet "Primavera"  1886

venerdì 6 marzo 2020

Esperimento collettivo.

Il nuovo esperimento collettivo è la paura.
Rassicuranti volti dai sorrisi tirati con l'appretto ci dicono che non è così pericoloso. Però, al contempo, sganciano piccole micidiali bombe, creano cordoni, snocciolano cifre, esortano a comportamenti e a stili di vita claustrali. E le nostre menti sbattono di qua e di là come farfalle impazzite. Quasi impazienti di farla finita, che finisca in qualunque maniera e come finirà vorremmo conoscerlo. Ci spetta, è un nostro diritto.
E invece si sgrana un enorme rosario di numeri, ieri, oggi e domani. A chi tocca, tocca.
A chi tocca, tocca. E a loro, laggiù in quelle terre d'inferno è da anni e anni che la storia li ha scelti perché muoiano di fame e di guerra e se non muoiono di fame e di guerra, moriranno di mare e di freddo e di sfinimento dietro le nostre porte, sulle nostre spiagge di europei che devono fare i conti,  i nostri conti di numeri, di borse vacillanti e anche di persone - gli anziani più malandati, come crudelmente enunciano - che muoiono e di altre che si ammalano e aspettano e pregano che le strutture sanitarie non cedano.
In questo luogo surreale, metafisico, di notizie contraddittorie, di detto e di taciuto, di incoerenze, annaspiamo alla ricerca di qualcosa, il vaccino che è un'ipotesi suggestiva, o di qualcuno, i virologi, gli scienziati e dietro di loro, i governi che dovrebbero indirizzarci. E dietro ancora quell'ombra che, implacabile, da alcuni anni abbiamo imparato a temere pur non sapendone nulla o poco, l'economia, la macroeconomia, gli affari, i salti tripli, le manovre sommerse, gli accordi, i capitali. Ombre per noi, poveri viandanti di questo pianeta, per noi che tremiamo aspettando e sperando che non ci tocchi.
Due frasi, negli ultimi giorni, mi hanno colpita.
La prima l'ho ascoltata durante una trasmissione dal prof. Franco Cardini (parlava delle "pestilenze" nel corso dei secoli) e diceva che oggi abbiamo qualcosa in meno rispetto ai secoli passati: non c'è Dio.
La seconda mi è stata suggerita in una conversazione ricca di umori e sensibilità alterne, da una carissima amica: "Come una nemesi".
Νέμεσις, nel mondo greco era una divinità di Giustizia che portava l'equilibrio sociale e politico. Il termine poi assunse altri significati, quali 'castigo'  'vendetta'. E forse non essendo riuscita ad ottenere dagli uomini quell'equilibrio, si è tramutata davvero in una sorta di espiazione, questo nostro vivere folle e disumano.
Che Dio manchi? Non lo so. Ma se c'è, noi uomini non lo scorgiamo perché siamo divenuti ciechi e sordi, fogli fruscianti ci ricoprono. Abbiamo eretto e continuiamo a erigere recinzioni e cortine fumogene per non vedere gli altri, per tenere lontana da noi la disperazione. Abbiamo creato gli invisibili per non vederli e siamo divenuti noi stessi invisibili al Cielo.
E ora, ora brancoliamo, barcolliamo ubriachi di dubbi e di paure, inseguiti dalle più recenti notizie.



Vincent van Gogh  "Campo di grano con volo di corvi" 1890



domenica 16 febbraio 2020

Febbraio 2020

Il tempo assume forme diverse. Ha volti e corpi, ha parole e gesti. Si riempie e si dilata. E di nuovo, si restringe e si focalizza. In quello che più amiamo.




Febbraio 2020

Non ho tempo a febbraio.
È corto mi dice
la cantilena.
Sfoglio giorni
vengono via come veli
di croissant
Corro di casa in casa
da un sorriso
a un altro
assaporo latte e testoline
di piume
Annaspo, oscillo, m’aggrappo
alla lontananza
di una voce
Faccio voli e salti
come una trapezista
nel mio circo e lo chapiteau
è sempre un cielo
diverso.
Curo con gli occhi i miei fiori
le mani sono impegnate,
incito l’erica
a non incartapecorire,
la rosa bianca a non muffire.
La gatta mi sollecita a seguirla
stesa al sole
tra i panni stesi.
Arriccia gli occhi annusa l’aria
annusa me,
ho altri odori addosso.
Il libro è dimenticato
sulla poltrona a prendere polvere
e peli rossicci
e silenzio.
Non ho tempo a febbraio
Non ne avrò nei mesi
che verranno.
Però vivo, adesso vivo.
Nelle mani mi restano
Profumi antichi e molecole
di tenerezza
Sono imburrate tortiere
le mie mani
a febbraio
E che ne dici della testa?
Affonda, affonda, affonda
ma è negli occhi
che affonda
è nelle fughe
che affonda
è nell’attesa
che affonda
In queste notti di febbraio.

Marc Chagall "L'acrobata" 1914

mercoledì 18 dicembre 2019

Bene, sarà Natale.

Dovrei scrivere qualcosa sul Natale. Come ho fatto negli anni scorsi, dovrei farlo anche solo per non spezzare un rituale. Mio, uno dei pochi che mi restano. Ma sono accadute molte cose, una in particolare, talmente deflagrante da sovvertire i miei ritmi, i miei propositi, le mie giornate. C'è molta vita, c'è una nuova vita a cui fare spazio, a cui dare tempo. Il mio tempo è scandito da piccole mani e smorfie che s'apprestano a sbocciare in sorrisi, da sguardi ancora opachi ma vigili.
Così il mio Natale sarà un Natale vero. Con qualche malinconia, ma la malinconia è la Festa. C'è sempre qualcosa che manca, c'è sempre un'assenza e in quei giorni addobbati ci sarà. Mi dico da anni, da quando quest'assenza si è manifestata ripetendosi di tanto in tanto, che è così che vanno le cose e le cose, beninteso, sono le nostre esistenze. Ci si abbraccia, ci si afferra insieme nel volo verso la vita, ti tieni stretta a quella carne, a quel corpo finché puoi farlo, sapendo già che dovrai lasciarlo andare. La treccia di fili d'oro, ricordi? non è bastata. Ma c'è sempre un sottile filo sospeso che attraversa il mare e scavalca catene montuose e scivola su spiagge e s'incunea tra strade e s'alza sulla cresta spogliata dei platani e poi atterra al tuo terrazzo e bussa ai vetri. Quel filo sottile non si spezza.
Bene, sarà Natale. Sarà Natale, alla faccia di chi dice di detestarlo, di chi dice di aborrirlo, perché gli appare un'ipocrisia sberluccicante. E di sicuro, se ci fermiamo ai decori e al rosso e all'oro e all'argento e allo sfinimento dei jingles, di sicuro è ipocrita puntare gli occhi all'abete, fingendo di ignorare gli spifferi gelidi sulla nuca, i respiri gelidi di chi è dimenticato da tutti. No, non è questo il Natale, per me. Ma è altrettanto ipocrita e inutile negare a sé e a chi ci sta accanto, la gioia di un sorriso, di un abbraccio, di uno sguardo luminoso. Perché è questo il senso del Natale, è questa la luce, è questa la gioia: una gioia monca, come i miei tre pastori monchi nel piccolo presepe allestito con l'aiuto scalmanato della micia. Una gioia accolta, anche se incompleta. Dolorosamente incompleta.
(Ecco, ho scritto sul Natale e dire che non avrei voluto. Però sono contenta, non mi allineo con gli scettici, i cinici, i sarcastici tristi e compulsivi. Adoro essere un'outsider!)

Pablo Picasso - "Père Noël", 1965

mercoledì 13 novembre 2019

La giornata della gentilezza.

Trovo parecchie difficoltà nel recuperare gentilezza. Anche in me, nelle mie azioni e nelle parole. Ho imparato a strapparmi dalla ritrosia infantile, da quella pulsione straordinaria che mi trascinava in una solitudine rassicurante: da bambina e anche da adolescente non mi piaceva stare assieme agli altri, il gruppo mi infastidiva. Preferivo un libro a un pomeriggio con le compagne. O anche un cielo o un muro ai quali parlare. Non ero comunicativa, ero silenziosa, schiva, gli altri non mi appartenevano. Eppure avvertivo il dolore, la sofferenza in un modo acuto, tremavo e le lacrime riempivano spesso i miei occhi. Una mia compagna di liceo mi disse, molti anni dopo "tu eri così, con la testa da un'altra parte, sempre. Ma eri gentile e generosa". Forse è vero, forse ero da un'altra parte.
Come oggi. Come in questi anni e mesi e giorni che non passano mai, mai diversi eppure irriconoscibili, irricevibili. Da sbatterli fuori a calci, da tenerli lontano da tutto, senza alcuna gentilezza.
Questo tempo che è un urlo, una sconcezza di filastrocche per adulti istupiditi; questo tempo che non riconosce più la decenza di un gesto gentile e giusto; questo tempo che nega diritti elementari
a chi ha più diritti perché respinto, umiliato, ucciso; questo tempo non mi piace. E a parlare di gentilezza, oggi, m'assale una stanca tristezza, mi pare che si voglia invitare tutti con la retorica fasulla del popolaresco volemose bene per un giorno, ché domani ci scanniamo.
Mi accorgo di non credere più alla bellezza, al concetto stereotipato di essa, la bellezza come immaginifico riflesso di quello che vorremmo vedere, anche nella nostra quotidianità, la bellezza gentile che appaga solo noi e che ci rende, per ciò stesso, ciechi al resto. L'illusione di essere capaci di possederla perché ci sfiora è l'atto finale della sconfitta dell'umanità. Nel chiuso delle nostre case e dei nostri affetti, nell'appagamento dei nostri desideri materiali e non solo, nella consuetudine di gesti e di parole, di letture e di conversazioni troviamo quella bellezza gentile che ci permette di sopravvivere. Come nell'osservazione di un'opera d'arte o nell'ascolto di una musica eterna o ancora nelle parole di un grande poeta, ritroviamo tutta la bellezza del mondo.
Ma non basta. Non a me, almeno.
Quella bambina solitaria che amava discutere di sé col cielo e con un muro, ha trovato, con fatica, la bellezza nella percezione della sofferenza degli altri. Non rinnego la meraviglia di ogni giorno, degli affetti, del gatto di casa, degli oggetti familiari, della città severa e tiepida, del tripudio d'ogni stagione, no. Ma non è tutto, non è il completamento di me e di ogni uomo e donna.
La bellezza della gentilezza è corale, appartiene a tutti, è partecipe di tutto e di tutti: è il sentimento della gioia ma soprattutto del dolore degli altri e senza questo non si completa.

Giuseppe Carosi "L'angelo dei crisantemi (del dolore)" 1921

venerdì 1 novembre 2019

Vi porterei un fiore.


A te mamma  porterei una tuberosa
ti stordirebbe con quel profumo acuto
vi tuffavi la faccia a settembre
e a te nonna una rosa rosso cupo, la papa Meilland
se non ricordo male,
non so quale altro fiore ti piacesse,
è una rosa generosa e fiera, ti somiglia.
Alla bambina che era mia sorella,
un ciuffo scherzoso
di piccoli garofani bianchi
come i due dentini che ti luccicano in foto,
alla zia, a quel donnino smilzo che eri,
con te entro in confusione,
tu li amavi tutti i fiori,
ecco allora un variopinto fascio di corolle,
magari disordinate, un poco fruste com'eri tu.
Alle vecchie zie certamente iris e calle,
i fiori della belle époque,
eravate due ceppi di un secolo a me ignoto.
A te Giovannina, due girasoli da mettere
alle orecchie al posto dei cerchi d'oro
o i fiori di vaniglia per i tuoi biscotti.
All'altra nonna e all'altra zia un fiore,
uno qualunque, magari un po' esotici
irregolari come il vostro affetto e il mio.
Ai miei suoceri,  crisantemi ricci e folti,
eravate legati alle tradizioni giuste, voi
ma a te Maria aggiungerei i mughetti
così timidi e riservati.
E a mio padre e ai nonni sconosciuti
porterei foglie di tabacco e magari
in mezzo, di soppiatto ci infilerei una gardenia
da appuntare al bavero.
A tutti gli altri, e siete in tanti,
tutti, tutti i fiori della mia memoria.


Ambrosius Bosschaert il Vecchio "Natura morta con fiori" 1614


martedì 29 ottobre 2019

Brava gente.

Da un po' di tempo ho smesso di scrivere su questa pagina qualsiasi riflessione che possa essere accostata alla politica. Non è che me ne sia disinteressata, tutt'altro, io sono politica dentro, ce l'ho da quando avevo quindici anni e feci una scelta, optai per essere quella che ancora sono. Non ho cambiato opinione e sono fermamente convinta che, al contrario, si possano cambiare le proprie opinioni e le proprie scelte - si dice che è un segno inequivocabile di intelligenza.  Io no, sono una fedele, non mi tradisco. Forse non sono intelligente.
Ho sempre pensato, se non dai miei quindici anni, dai diciotto, che gli italiani non siano bravi e buoni. Non sempre e non comunque.
Sono bravi e buoni nelle loro case (tolti i casi di violenza che non sono pochi e non tutti noti), sono bravi e buoni con chi li ossequia e li ingrassa di lodi e, meglio ancora, di pecunia. Sono bravi e buoni, ma fiacchi sostenitori della coscienza civica, dei bisogni altrui, delle esigenze di minoranze che, a dirla tutta, stanno un po' sui coglioni a questi italiani bravi e benpensanti. Sono pronti a puntare il dito su chi tiene un comportamento diverso, abitudini bislacche, costumi sessuali che vanno fuori dalla norma imposta e dalla Chiesa - frequentano poco e male, ma sono cattolici eh! e cristiani, come no - e dalla prassi sociale, prassi che si tramanda senza che vi sia bisogno di carta e penna, è nelle papille gustative delle nostre fauci, il sapore dolciastro del pettegolezzo piace. Partecipi, inclini alla sofferenza del vicino, purché la sofferenza non ci sfiori. Il nostro recinto deve restare saldamente cinto da staccionate, a protezione di roba e interessi, anche affettivi. La roba non è solo quella squisitamente verghiana, sì è quella del soldo, dei beni materiali, ma è anche quella cosa lì, indefinita e segreta, che non vogliamo spartire con altri. Noi siamo noi e basta. Dante, Leopardi hanno detto tanto e così meravigliosamente del carattere di noi italiani, che ancora le loro parole stanno qui tra noi a scandire il nostro tempo, ma senza influenzare i nostri comportamenti.
Noi, brava gente nelle nostre case e nella nostra famiglia - ah! la famiglia, questa ostrica saldamente chiusa, questo scrigno che cela sovente gemme false - noi gorgogliamo empiti viscerali d'amore, esaliamo struggente riconoscenza, esultiamo in trionfale festosità, di fronte al Capo. All'Uomo - no, no, non quell'Uomo, quello era troppo mite, quello porgeva la guancia, quello stava troppo con gli altri, i miserabili, gli storpi, gli ultimi. No, a noi brava gente piace tanto l'uomo come noi, sì un po' qualunque, un po' scalcagnato nell'eloquio, neanche troppo intelligente, furbo sì, scarsetto di cultura, meglio se possente d'aspetto (fa tanto maschio), con l'occhio fermo e il pugno, no che dico! la mano, il braccio fermo. Fermo a indicarci ogni cosa, fermo lì a bloccare il nostro presente e il futuro, fermo a decidere per noi. Perché è bello affidarsi a qualcuno, perché è bello sapere che c'è una guida, perché è più facile decidere ciò che è già stato deciso da un altro che abbiamo scelto.
Tutto visto? Tutto vecchio e irrancidito? Certo, ma il rischio di optare, noi brava gente, per il padre-padrone c'è. E quello che mi dà da pensare è anche il cauto, molle, esangue approccio dei media: un vedere e non vedere, un sì e no, uno strizzare l'occhio ma non più di tanto, Solo quel tanto che basta per non sporcarsi troppo. Anche questa è una splendida peculiarità tutta italiana.

George Grosz "Metropolis"  1916-17

lunedì 14 ottobre 2019

Vorrei parlarne con te.

In un soprassalto tra veglia e sogno. Nel gorgo delle parole e delle visioni che arrivano, schegge di insopportabile atrocità, dai luoghi del dolore e della violenza. E della vigliacca coscienza.



Vorrei parlarne con te, discuterne
mentre ti spingi a forza nella poltrona
con le gambe oscillanti come due ali
imprigionate, di civetta o di
pettirosso, o forse di chiù
-        lascio a te la scelta del volo -
I tuoi occhi si allagherebbero d’ombre,
di risposte incerte, di domande
a cui non saprei rispondere
se non con il dolore che provo.
Adesso in questi giorni senza pietà
mi chiederesti perché la guerra.
Lo chiederei io a te, mi sei adesso
anche madre oltre che figlia.
Mi porgeresti una mano,
la mano ancora da bambina
e la stringerei nel cavo della mia
quella carne che si ripiglia la carne
la riavvolge in sé in un unico nodo.
Resteremmo così nella sera che respira
piano là fuori, precipitata da chissà
quale cielo oltre i tetti calmi della città.
Non avremmo bisogno d’altro.

Ti ho sentita arrivare dal corridoio
e l’aria si saturava dei tuoi capelli
imbrigliati nel fermaglio di legno,
si colorava dei tuoi orecchini marini
si incendiava di frange e bracciali.
Come nelle foto catturavo l’Altrove.

Gustav Klimt  "Fregio di Beethoven"  1902




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