C'è qualcosa che non va.
Se la frequentazione dei social ha un merito ( tra gli innumerevoli demeriti) è quello dello svelamento. Non basta la segregazione volontaria dietro un piccolo o più ampio schermo, non ci protegge. Infine il velo cade e ci si mostra, siamo trasparenti e lasciamo che trapeli tutto di noi. Anche se non ce ne accorgiamo, anche se ricorriamo a sotterfugi e a ingannevoli silhouettes delle nostre pulsioni,dei nostri istinti, dei nostri umori.
Un treno che si è bloccato in mezzo al deserto. Il Tempio vociante di mercanti e nessuno che li cacci via. La maschera greca di Ipocrita incollata sulla faccia del prossimo. Il prossimo che non c'è. Che non è l'evangelico prossimo tuo, miserevole e affamato, depredato e sofferente, ma sempre e solo il prossimo dal quale, in qualunque modo e senza alcuna certezza (ma vale sempre la pena tentare la sorte) si potrebbe trarre beneficio, materiale o no. Ci si contenta pure del beneficio floreale, dell'omaggio, della condiscendenza di essere contiguo a chi si reputa, giustamente e anche non, migliore di noi. Se non, addirittura più potente. La ricerca della raccomandazione (pratica italiana diffusissima) nasce anche da questa smania di appartenenza, di appoggiare la propria schiena, ritenuta ipocritamente fragile, a quella più salda dell'altro, del più noto, del più richiesto.
Anche la mitomania (altro vizietto italico) prende le mosse da questa bramosia di credito, un credito che si esige dalla vita, senza un vero motivo. Per noia forse, per insoddisfazione, per solitudine.
E allora non guardiamo ai politici come fossero mostri, draghi infettanti, erbe infestanti. Sono il nostro io incosciente e cosciente, ipocriti, bugiardi, mitomani, diffidenti, voltagabbana, profittatori, opportunisti.
Quando ci verrà voglia di prenderli a schiaffi (e avviene di sovente), basterà prendere a schiaffi la nostra faccia. Forse qualche vantaggio ne trarremo.
C'è qualcosa che non va.
Oggi mi è capitato di leggere in un post: sono diventato anticonformista a undici anni, quando la mia insegnante di italiano mi obbligò a leggere "Se questo è un uomo." L'anticonformismo dell'autore del post si dovrebbe evincere dalla sua presa di posizione riguardo allo squallido caso della tifoseria e presidenza della Lazio, ritenendo infatti l'autore del post che non sia stato commesso reato, né tantomeno che il presidente della squadra dovesse avvertire l'obbligo di scusarsi con la comunità ebraica. Quindi si definisce anticonformista, ma non nazifascista, secondo le accuse di qualche "moralista" (così tacciato dalle anime belle andate in soccorso dell'anticonformista). C'è qualcosa che non va. No.
Le mie certezze rischiano di crollare in minuscoli frantumi, sono scossa da un turbamento profondo, io che sapevo chi ero, io che ero sicura di essere un'anticonformista, ebbene no! Sono solo una beghina, una bacchettona conformista e moralista per giunta! E va bene così, mi va bene, per Levi e per Anna Frank, mi va più che bene.
Alla faccia degli anticonformisti convinti di esserlo. Salute a voi, dunque (ma non con la mano tesa).
Edouard Manet Le fifre, 1866
venerdì 27 ottobre 2017
venerdì 20 ottobre 2017
Alle mie amate donne e alle nostre ombre.
I pensieri vanno sempre verso quel punto luminoso, luminoso solo a me e alle mie amate donne. Il resto è oscurità grigia e amorfa, ma le mie donne ne sono lontane, loro e le loro trasfigurate immagini, piccoli segni neri di grafia, silenziosi ed eterni.
A Erica e a Cristina.
E anche a Tilde e Adele. E a Claudia e a Tamàr.
E ad Artemisia ed Esther.
Non cambierete, no. Voi resterete.
Donne bambine cresciute con larghi occhi
accoglienti.
Camminerete abbracciate alla vita vera
e i sogni saranno stipati nello zaino.
Sarete eterne anche a chi non vi conoscerà mai.
Sarete ghiacciai a chi vi dirà il falso.
Sarete roventi liane a chi vi negherà il giusto.
Sarete mari fitti di stelle a chi vi dirà il vero:
Sarete brezze d'oceano a chi vi darà il vostro.
Ernst Ludwig Kirchner "Femme au miroir" 1912
<3
A Erica e a Cristina.
E anche a Tilde e Adele. E a Claudia e a Tamàr.
E ad Artemisia ed Esther.
Non cambierete, no. Voi resterete.
Donne bambine cresciute con larghi occhi
accoglienti.
Camminerete abbracciate alla vita vera
e i sogni saranno stipati nello zaino.
Sarete eterne anche a chi non vi conoscerà mai.
Sarete ghiacciai a chi vi dirà il falso.
Sarete roventi liane a chi vi negherà il giusto.
Sarete mari fitti di stelle a chi vi dirà il vero:
Sarete brezze d'oceano a chi vi darà il vostro.
Ernst Ludwig Kirchner "Femme au miroir" 1912
<3
<3
venerdì 13 ottobre 2017
Per avere un'attesa. Ancora.
Amarezza: proprio quel gusto che fa storcere la bocca e toglie ogni voglia di continuare a ingoiare il boccone. Così mi sento, preda di un'amarezza delusa, sconfortata.
L'amarezza di veder confermati dubbi e assilli. L'Italia è un Paese di vecchie, inveterate abitudini e non parlo della corruzione che, cavallo esuberante mai bolso, galoppa sempre per amichevoli e fiorenti praterie; non parlo delle operose consorterie, mafiose o no secondo la legge, che armeggiano indisturbate in saecula saeculorum et amen. Non parlo neanche dei politici perché non valgono lo spreco di una sola parola, sono le maschere dell'eterna commedia italica, una sorta di guitti da pochade dove si entra e si esce di scena, sgangheratamente ridicoli.
L'amarezza ha radici salde, affondano nella vita di tutti i giorni e nella constatazione che la speranza, la bella e chiara Spes, che qualcosa cambi, si affievolisce in un rantolo triste.
I giovani, i nostri giovani, la nostra forza, il nostro futuro. Addomesticati e quieti, all'apparenza, vivono senza attese, senza la dolce banalità del sognare un futuri migliore. Si sono arresi all'evidenza: sono colpevoli di essere nati nel momento sbagliato. Oh! sì certo. La Grande Crisi, le scelte imposte dalle leggi perché non si sprofondi tutti, perché la nave non affondi. E pazienza se qualcuno dovrà annegare, bisogna correre il rischio. E così la nave va e gli annegati restano a galla. Peccato che siano proprio i nostri figli a galleggiare, muti e quieti.
L'amarezza di non udire voci, grida perché qualcosa cambi. L'amarezza dell'accettazione.
E se no, c'è un altro sogno da inseguire, un sogno fragile e insignificante come la bolla di sapone che soffiano i più piccoli con la cannuccia. C'è l'esposizione di sé, il mostrarsi, il volere apparire, il volere essere, anche se per poche ore. Essere che è apparire appunto. Eccoli qui, allora, i ragazzi e le ragazze, più queste in verità, che sfilano in grottesche pose di attricette: eccole qui come se fossero sul maledetto red carpet da calpestare per un giorno, il pre-diciottesimo, un solo giorno che le vede protagoniste, dive, star assolutamente simili a migliaia di altre, fasullamente sfacciate, impacciate, ragazze poco più che bambine ammiccanti e goffe, come sempre è goffa la giovinezza. La mia amarezza, triste e divertita va ai genitori che, non è raro, s'indebitano pure per filmare e festeggiare le loro principesse senza trono.
Ma è una consuetudine ormai, mi si dice e io ne ho preso contezza solo da poco.
Ero rimasta stupidamente ancorata ad altre debuttanti, vaporose e romantiche, dei miei anni. E non facevano neanche allora per me quegli abiti di tulle e quelle pose di leggiadra verecondia, erano inganni anche allora, era il maquillage discreto col quale si camuffava l'ingresso alla maturità.
Così in questo dualismo, in questa dicotomia senza scampo, si aggirano i miei pensieri e le mie svanite illusioni.
Da una parte ci sono i giovani quietamente assorti nei loro lavori, sovente precari e quasi sempre sottopagati. Dall'altra, una nuova generazione, figlia delle serate e dei pomeriggi domenicali trascorsi davanti alla tv, e adesso nel delirio dei social e del web, diciottenni, poco più poco meno, che hanno già affidato le loro esistenze alla mistificazione, all'irreale.
Ed è normale chiedermi, come faranno tanti, dov'è che si è sbagliato e quando e come. E le risposte le sappiamo tutti, oh! certo che le conosciamo, ma le teniamo nascoste, le teniamo sepolte, le cancelliamo assieme alle nostre sprecate giovinezze.
Amarezza. E non vorrei averne ancora e allora ragazzi gridate e ribellatevi, lasciate le vostre quiete esistenze addomesticate e urlatelo in faccia a moi il vostro scontento! Noi siamo qui e siamo pronti ad afferrarlo perché sarebbe l'ultima occasione per sognare anche noi, ancora un poco. Per allentare lo sconforto. Per avere un'attesa, ancora.
Edward Hopper "Automat" 1927
L'amarezza di veder confermati dubbi e assilli. L'Italia è un Paese di vecchie, inveterate abitudini e non parlo della corruzione che, cavallo esuberante mai bolso, galoppa sempre per amichevoli e fiorenti praterie; non parlo delle operose consorterie, mafiose o no secondo la legge, che armeggiano indisturbate in saecula saeculorum et amen. Non parlo neanche dei politici perché non valgono lo spreco di una sola parola, sono le maschere dell'eterna commedia italica, una sorta di guitti da pochade dove si entra e si esce di scena, sgangheratamente ridicoli.
L'amarezza ha radici salde, affondano nella vita di tutti i giorni e nella constatazione che la speranza, la bella e chiara Spes, che qualcosa cambi, si affievolisce in un rantolo triste.
I giovani, i nostri giovani, la nostra forza, il nostro futuro. Addomesticati e quieti, all'apparenza, vivono senza attese, senza la dolce banalità del sognare un futuri migliore. Si sono arresi all'evidenza: sono colpevoli di essere nati nel momento sbagliato. Oh! sì certo. La Grande Crisi, le scelte imposte dalle leggi perché non si sprofondi tutti, perché la nave non affondi. E pazienza se qualcuno dovrà annegare, bisogna correre il rischio. E così la nave va e gli annegati restano a galla. Peccato che siano proprio i nostri figli a galleggiare, muti e quieti.
L'amarezza di non udire voci, grida perché qualcosa cambi. L'amarezza dell'accettazione.
E se no, c'è un altro sogno da inseguire, un sogno fragile e insignificante come la bolla di sapone che soffiano i più piccoli con la cannuccia. C'è l'esposizione di sé, il mostrarsi, il volere apparire, il volere essere, anche se per poche ore. Essere che è apparire appunto. Eccoli qui, allora, i ragazzi e le ragazze, più queste in verità, che sfilano in grottesche pose di attricette: eccole qui come se fossero sul maledetto red carpet da calpestare per un giorno, il pre-diciottesimo, un solo giorno che le vede protagoniste, dive, star assolutamente simili a migliaia di altre, fasullamente sfacciate, impacciate, ragazze poco più che bambine ammiccanti e goffe, come sempre è goffa la giovinezza. La mia amarezza, triste e divertita va ai genitori che, non è raro, s'indebitano pure per filmare e festeggiare le loro principesse senza trono.
Ma è una consuetudine ormai, mi si dice e io ne ho preso contezza solo da poco.
Ero rimasta stupidamente ancorata ad altre debuttanti, vaporose e romantiche, dei miei anni. E non facevano neanche allora per me quegli abiti di tulle e quelle pose di leggiadra verecondia, erano inganni anche allora, era il maquillage discreto col quale si camuffava l'ingresso alla maturità.
Così in questo dualismo, in questa dicotomia senza scampo, si aggirano i miei pensieri e le mie svanite illusioni.
Da una parte ci sono i giovani quietamente assorti nei loro lavori, sovente precari e quasi sempre sottopagati. Dall'altra, una nuova generazione, figlia delle serate e dei pomeriggi domenicali trascorsi davanti alla tv, e adesso nel delirio dei social e del web, diciottenni, poco più poco meno, che hanno già affidato le loro esistenze alla mistificazione, all'irreale.
Ed è normale chiedermi, come faranno tanti, dov'è che si è sbagliato e quando e come. E le risposte le sappiamo tutti, oh! certo che le conosciamo, ma le teniamo nascoste, le teniamo sepolte, le cancelliamo assieme alle nostre sprecate giovinezze.
Amarezza. E non vorrei averne ancora e allora ragazzi gridate e ribellatevi, lasciate le vostre quiete esistenze addomesticate e urlatelo in faccia a moi il vostro scontento! Noi siamo qui e siamo pronti ad afferrarlo perché sarebbe l'ultima occasione per sognare anche noi, ancora un poco. Per allentare lo sconforto. Per avere un'attesa, ancora.
Edward Hopper "Automat" 1927
giovedì 5 ottobre 2017
La colomba appesa.
Una breve lettura ed ecco che i ricordi cominciano a saltellare, premono, insistenti e prepotenti. E un episodio lontano si staglia nitido e mi riempie d'una gioiosa malinconia.
Quello che segue è un breve racconto al quale mi è piaciuto dare il ritmo, l'andamento di una poesia. Ma non lo è.
Quello che segue è un breve racconto al quale mi è piaciuto dare il ritmo, l'andamento di una poesia. Ma non lo è.
La colomba
appesa
Intrecciavamo
le mani come canestri di canne
Salendo tra
le pietre smozzicate da molti piedi
E c’era la
luce che finiva nel buio profumato
Della chiesa
altissima e le voci erano bisbigli d’api
I colori
colavano sulle pareti squarciando l’ombra.
Stavamo
conficcati tra le panche e i marmi
E le nostre
teste s’erano spiccate dal collo
E gli occhi
portavano nell’iride le polverose ocre
E i rossi e
i verdi e il turchino di quei racconti.
Uscimmo
tardi e correndo quasi con le vertigini
Ancora che
danzavano dentro noi, giovani eravamo.
La colomba
era lì appesa per un’ala al portale
Serrato alla
dolce notte umbra, serrato a tutto il resto
Non piangeva
la piccola colomba, si muoveva piano
Battendo il
bronzo ostile e le penne spiegate
Parevano un
bianco ricamo del ferro antico.
C’erano
fischi nelle orecchie e tonfi al cuore:
Ero io la
colomba appesa e sghemba al portale.
Un fracasso
di pugni e le nostre grida di dolore
Eravamo noi
con le ali spezzate e le gole d’ubriachi
Quando
s’allargò il portone e il volto allegro
Di fratello
buono ci sorrise e la colomba volò.
Volò non so
dove, forse verso la luna che candida era
Come lei e
la scambiò per madre, forse.
C’era l’aria
che s’era fatta nera, ma noi s’andava
Leggeri,
quasi saltando e da un noce ci salutò un gufo.
Giotto - La predicazione agli uccelli - 1292/96
martedì 26 settembre 2017
Nella stanza senza luna.
Mi sorprendono di notte, più insistenti i ricordi. Una folla di volti amati e le voci e i respiri nella stanza senza luna.
Le veglie
Le veglie
Nelle veglie
del letto
Che
s’inoltrano verso la luce
Ascolto
tutti i respiri assenti
Di bocche
cucite per sempre
Odoro le tuberose
da te tanto amate.
Dalle stanze
serrate filtrano
Spifferi d’un
lieve ansimare
Di risa e di
pianti infantili.
Dei vostri sogni
lasciati
Tra cuscini
di talco e di latte.
Nelle veglie
del letto
Scomposto dalla
tua presenza
La luna non schiarisce
la tua ombra
Ascolto il tuo
respiro cieco
Che accompagna
il mio. Fine modulo
Edvard Munch "Il giorno dopo" 1894 - 95
Fine modulo
lunedì 18 settembre 2017
Sud.
E risentire la voce e il blues di Pino Daniele fa sortire anche questa mia voglia di parlare del Sud, del mio Sud. In fondo so perché amo tanto Napoli, anche lei è coricata sotto le grinfie di un drago.
Mi accade, nel vagabondaggio annoiato sul web, di leggere un signore (eccellente penna!) che, siciliano per nascita e dopo esule nel Nord per scelta, fa il pelo e il contropelo a questa mia e sua isola ormeggiata nel cuore del Mediterraneo a qualche chilometro dal continente. E mi ritrovo sperdutamente apolide a cliccare il mio dolente consenso ai molti vizi, ai mille dubbi, alle innumerevoli contraddizioni di questa terra che egli, con malcelata sofferenza, enumera.
Vizi, dubbi, contraddizioni che ben conosco perché molti li ho sperimentati sulla mia pelle; che sono di dominio pubblico, sotto gli occhi di tutti, denudata quest'isola e con lei tutto il Sud come se fossero una donna offerta agli sguardi e alle smanie degli altri, di estranei.
Riascolto Pino e non è solo Napoli, 'na carta sporca, non è solo Napoli mille culure, non solo Napoli è addore 'e mare. Anche la mia città è così, tutto il Sud è così: un bouquet imperfetto di colori e odori, un miscuglio di fragranze e di miasmi. Il mare sempre presente, il mare che sbatte in faccia alle vecchie case di pietra, da sempre custodi dei mille porti, le tante case del Nespolo, e se non c'è il nespolo, ci sono gli ulivi e i carrubi; il mare, quello stesso mare di lagune d'un verde quasi bianco in giugno e settembre e in inverno un galoppare di cavalli schiumanti rabbia, quello stesso mare che si spezza sulle nuove villette abusive e sui plessi residenziali che, se non abusivi, sono pugni nello stomaco, gemme false incastonate nell'oro. E attorno le campagne, i vigneti e gli uliveti e gli agrumeti e odori, odori che risvegliano gli dei.
La Napoli di Pino è l'archetipo di tutte le città del Sud, baroccamente ricamate nella pietra, con i resti della Storia a ogni passo, Atene e Roma ne fecero il loro monile prediletto, di queste coste; e i mercati, sporchi di voci arrochite e di mucchi di scorie che fumigano sotto il cielo, sono il luogo dello scambio pigro, dell'aggirarsi tra le bancarelle mille culure e magari c'è chi ti porge un frutto o una fetta di formaggio per catturarti. E i mille bar con i loro tavoli all'aperto, anche d'inverno e con la pioggia, e ci si siede e non si vorrebbe più andare via, c'è lo struscio lento dei più vecchi e il vociare allegro di qualche studente. I giovani sbucano di sera tardi a popolare il centro storico e non parrebbe che ci sia la malinconia del lavoro che non c'è. Perché quello non c'è, quello è il vizio antico, inestirpabile del Sud. E i traffici, i maneggi, gli imbrogli, il criminale senso di uno Stato che latita e se non è latitante lo si immerge nel sangue: la carta sporca che insozza tutta la nostra vita.
Molti amici e anche semplici viaggiatori incontrati per caso, gente del Nord e del grande Nord, calati dalle nebbie e dai vapori delle industrie, dalle loro città ordinate e più silenziose, venuti giù a osservare le nostre disordinate, caotiche città con i loro occhi educati e civili, se ne sono innamorati del mio Sud e tornano sempre e mi dicono che c'è una bellezza così grande, così intensa che non è più possibile dimenticarla dopo averla conosciuta. Io resto sconcertata e felice e mi chiedo "allora perché? Perché noi non la vediamo, questa bellezza? Noi che la respiriamo ogni giorno?"
Forse il sole troppo furioso, la luce troppo abbagliante ci ha accecati e non la vediamo più. O forse vederla sempre, ogni giorno della nostra vita, ci ha abituato alle sue rughe, ai suoi decadimenti, come fosse una bella signora che è destino che si consegni alla vecchiaia.
Vorrei che i giovani, fin da piccoli, la vedessero questa bellezza, vorrei che fossero accompagnati per mano, che gli si raccontasse la lunga, millenaria storia di questa bellezza, di questo Sud che è 'na carta sporca che potrebbe essere spazzata via. Per diventare una carta pulita, lucente, viva.
Federico Starnone " Artisti, al Blu di Prussia"
Mi accade, nel vagabondaggio annoiato sul web, di leggere un signore (eccellente penna!) che, siciliano per nascita e dopo esule nel Nord per scelta, fa il pelo e il contropelo a questa mia e sua isola ormeggiata nel cuore del Mediterraneo a qualche chilometro dal continente. E mi ritrovo sperdutamente apolide a cliccare il mio dolente consenso ai molti vizi, ai mille dubbi, alle innumerevoli contraddizioni di questa terra che egli, con malcelata sofferenza, enumera.
Vizi, dubbi, contraddizioni che ben conosco perché molti li ho sperimentati sulla mia pelle; che sono di dominio pubblico, sotto gli occhi di tutti, denudata quest'isola e con lei tutto il Sud come se fossero una donna offerta agli sguardi e alle smanie degli altri, di estranei.
Riascolto Pino e non è solo Napoli, 'na carta sporca, non è solo Napoli mille culure, non solo Napoli è addore 'e mare. Anche la mia città è così, tutto il Sud è così: un bouquet imperfetto di colori e odori, un miscuglio di fragranze e di miasmi. Il mare sempre presente, il mare che sbatte in faccia alle vecchie case di pietra, da sempre custodi dei mille porti, le tante case del Nespolo, e se non c'è il nespolo, ci sono gli ulivi e i carrubi; il mare, quello stesso mare di lagune d'un verde quasi bianco in giugno e settembre e in inverno un galoppare di cavalli schiumanti rabbia, quello stesso mare che si spezza sulle nuove villette abusive e sui plessi residenziali che, se non abusivi, sono pugni nello stomaco, gemme false incastonate nell'oro. E attorno le campagne, i vigneti e gli uliveti e gli agrumeti e odori, odori che risvegliano gli dei.
La Napoli di Pino è l'archetipo di tutte le città del Sud, baroccamente ricamate nella pietra, con i resti della Storia a ogni passo, Atene e Roma ne fecero il loro monile prediletto, di queste coste; e i mercati, sporchi di voci arrochite e di mucchi di scorie che fumigano sotto il cielo, sono il luogo dello scambio pigro, dell'aggirarsi tra le bancarelle mille culure e magari c'è chi ti porge un frutto o una fetta di formaggio per catturarti. E i mille bar con i loro tavoli all'aperto, anche d'inverno e con la pioggia, e ci si siede e non si vorrebbe più andare via, c'è lo struscio lento dei più vecchi e il vociare allegro di qualche studente. I giovani sbucano di sera tardi a popolare il centro storico e non parrebbe che ci sia la malinconia del lavoro che non c'è. Perché quello non c'è, quello è il vizio antico, inestirpabile del Sud. E i traffici, i maneggi, gli imbrogli, il criminale senso di uno Stato che latita e se non è latitante lo si immerge nel sangue: la carta sporca che insozza tutta la nostra vita.
Molti amici e anche semplici viaggiatori incontrati per caso, gente del Nord e del grande Nord, calati dalle nebbie e dai vapori delle industrie, dalle loro città ordinate e più silenziose, venuti giù a osservare le nostre disordinate, caotiche città con i loro occhi educati e civili, se ne sono innamorati del mio Sud e tornano sempre e mi dicono che c'è una bellezza così grande, così intensa che non è più possibile dimenticarla dopo averla conosciuta. Io resto sconcertata e felice e mi chiedo "allora perché? Perché noi non la vediamo, questa bellezza? Noi che la respiriamo ogni giorno?"
Forse il sole troppo furioso, la luce troppo abbagliante ci ha accecati e non la vediamo più. O forse vederla sempre, ogni giorno della nostra vita, ci ha abituato alle sue rughe, ai suoi decadimenti, come fosse una bella signora che è destino che si consegni alla vecchiaia.
Vorrei che i giovani, fin da piccoli, la vedessero questa bellezza, vorrei che fossero accompagnati per mano, che gli si raccontasse la lunga, millenaria storia di questa bellezza, di questo Sud che è 'na carta sporca che potrebbe essere spazzata via. Per diventare una carta pulita, lucente, viva.
Federico Starnone " Artisti, al Blu di Prussia"
martedì 12 settembre 2017
Una normale normalità.
Tornare su queste pagine, dopo un tempo non di riflessione ma di lavoro fisico, mi fa uno strano effetto, è come rivedere un amico di cui si erano perdute le tracce. Sono mancata poco, un'estate e neanche tutta, una bollente estate di fiamme nei nostri boschi, di terra arida, di cieli ferocemente sgombri di nuvole. E molti fatti accadevano, nel torrido torpore delle vacanze, molti fatti che seguivo nei notiziari, sgomenta, arrabbiata, dolente. Il reiterarsi malvagio degli incendi dolosi e con essi la lancinante certezza che l'uomo vuole, distruggendo la natura, distruggere anche se stesso; l'uccisione del ragazzo in Catalogna, picchiato a morte davanti a un pubblico assente, inerte: la disumanità dell'atto è pari alla disumanità di chi non ha reagito, di chi non è intervenuto in soccorso del ragazzo. Poi, pochi giorni dopo, Barcellona. Un brivido gelido nelle vene, istanti di non coscienza, il terrore. Perché mia figlia vive in quella città e abita a pochi metri di distanza dal luogo del massacro. Il gelo nelle ossa, nel cervello e presto, presto, il sollievo che lo scioglie quando sento la sua voce. E dopo ancora, la vergogna per il mio sollievo. Perché molti altri genitori non lo hanno avuto.
E infine l'uragano al di là dell'oceano e il terremoto in Messico e i morti e le devastazioni. E ancora le violenze sulle donne, quelle non mancano mai e i torrenti che, ai primi furiosi temporali, si portano via case e persone, anche questo evento si può dire, senz'ombra di cinismo, un must.
Una lunga estate calda, ma quello era un film. Una lunga estate calda di paura e di dolore. E a questi due sentimenti non dobbiamo abbandonarci, non possiamo dargliela la vittoria.
Ritorno sui social, ritorno a queste pagine. Le apro, inizio a leggere e vengo travolta dallo tsunami dell'odio. Anche un'affezione grave ma non contagiosa come la malaria si muta in virus, un'epidemia perfetta per chi ne vuole trarre voti e vantaggi politici. I commenti ai post deliranti grondano di dubbi e di vecchie e nuove paure e la collera cresce, le parole sono il latrato isterico dei segugi dietro alla selvaggina. Mi ritraggo, sulle prime, sono tentata di fuggire, di allungare la mia latitanza. Epperò, una fiammella di speranza c'è. Il Paese si appresta alle elezioni, regionali quaggiù da me, e in seguito nazionali. E allora? Allora andrà tutto bene, o almeno sarà tutto come sempre, senza scossoni pericolosi, senza traumi destabilizzanti: verranno l'autunno e l'inverno - e ci si augurano piogge gentili - i politici riprenderanno, meglio continueranno, a litigare e a fregiarsi l'un con l'altro di graziosi epiteti, simpatici marpioni, e il popolo avrà un bel da fare a schierarsi, felicemente litigioso e incazzato come sempre. Come sempre, appunto. Alla fine è questo che conta: una normale normalità.
P.S. Ho dimenticato di citare l'ebete nordcoreano, quel grassoccio ragazzotto che ama giocare con missili e testate nucleari. Ma forse si è trattato di un lapsus voluto, è talmente incredibile, talmente impensabile che le potenze mondiali non gli diano una spuntatina a quella sua cresta di galletto scemo. Ci sarà un perché.
Renato Guttuso "Prato d'autunno" 1959 ?
E infine l'uragano al di là dell'oceano e il terremoto in Messico e i morti e le devastazioni. E ancora le violenze sulle donne, quelle non mancano mai e i torrenti che, ai primi furiosi temporali, si portano via case e persone, anche questo evento si può dire, senz'ombra di cinismo, un must.
Una lunga estate calda, ma quello era un film. Una lunga estate calda di paura e di dolore. E a questi due sentimenti non dobbiamo abbandonarci, non possiamo dargliela la vittoria.
Ritorno sui social, ritorno a queste pagine. Le apro, inizio a leggere e vengo travolta dallo tsunami dell'odio. Anche un'affezione grave ma non contagiosa come la malaria si muta in virus, un'epidemia perfetta per chi ne vuole trarre voti e vantaggi politici. I commenti ai post deliranti grondano di dubbi e di vecchie e nuove paure e la collera cresce, le parole sono il latrato isterico dei segugi dietro alla selvaggina. Mi ritraggo, sulle prime, sono tentata di fuggire, di allungare la mia latitanza. Epperò, una fiammella di speranza c'è. Il Paese si appresta alle elezioni, regionali quaggiù da me, e in seguito nazionali. E allora? Allora andrà tutto bene, o almeno sarà tutto come sempre, senza scossoni pericolosi, senza traumi destabilizzanti: verranno l'autunno e l'inverno - e ci si augurano piogge gentili - i politici riprenderanno, meglio continueranno, a litigare e a fregiarsi l'un con l'altro di graziosi epiteti, simpatici marpioni, e il popolo avrà un bel da fare a schierarsi, felicemente litigioso e incazzato come sempre. Come sempre, appunto. Alla fine è questo che conta: una normale normalità.
P.S. Ho dimenticato di citare l'ebete nordcoreano, quel grassoccio ragazzotto che ama giocare con missili e testate nucleari. Ma forse si è trattato di un lapsus voluto, è talmente incredibile, talmente impensabile che le potenze mondiali non gli diano una spuntatina a quella sua cresta di galletto scemo. Ci sarà un perché.
Renato Guttuso "Prato d'autunno" 1959 ?
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