Come l'amore ai tempi del family day. O ai tempi del califfato nero. O dei fondamentalismi di ogni tipo. O dei governi che non si sa mai dove vogliano approdare. Come l'amore che è sempre amore, tra un uomo e una donna, tra due donne, tra due uomini, tra bambini, tra amici. Paterno, materno, fraterno, sororale. Assolutamente sbagliato o assolutamente perfetto.
Pare un secolo fa, e in effetti era il secolo scorso, che all'amore si attribuivano miracoli, era quello con l'A maiuscola, il sentimento per eccellenza. Ed era a questo sentimento che si dedicavano languori cantati e poesia altissima; c'eravamo abituati ai voli pindarici, c'era una letteratura millenaria dove l'amore era stato sezionato, frammentato e, solitamente, era quello che fluiva impetuoso, ardente, sensuale o, nei trascorsi secoli, purissimo, tra due giovani di sesso opposto. C'erano, anche allora, le eccezioni, ricordo il disagio del mio vecchio e bravissimo professore di greco, al liceo, quando gli fu d'obbligo intrattenerci su Saffo, un rossore violaceo gli tingeva le irsute guance e le parole slittavano, mentre noi, ignare sedicenni, aguzzavamo l'udito e strabuzzavamo gli occhi, tra lo sghignazzo dei compagni maschi, già edotti dalla vita. Le letture fecero il resto e l'Amore si rivelò a me (a molte di noi) per intero, completo, tondo come un'arancia, simmetrico e armonico.
E oggi se ne parla e mi stupisce questo parlare, questo biascicare, da parte di molti, della opportunità di certi legami d'amore, come se l'amore potesse essere opportuno, razionale, logico e, magari, scientifico e selettivo. L'amore non ha connotazioni, non ha forme predilette, non ha codici, né codicilli. Vive e respira con noi ed è gioioso, se lo siamo noi; cammina libero, se noi siamo liberi.
Squassa Eros
l'animo mio,
come il vento sui monti
che investe le querce.
Saffo, (fine sec. 7° - prima metà sec. 6° a. C.). frammento.
Edvard Munch "Il bacio con la finestra" 1892
sabato 23 gennaio 2016
lunedì 18 gennaio 2016
Come il bucaneve.
Il freddo è arrivato. Anche a queste latitudini, solitamente miti, il cielo si è fatto di ghiaccio. La città è percorsa da brividi gelidi, c'è una luce incerta. in dubbio corre tra squarci di celeste e ombre di pallido grigio. Ma la neve resta un'attesa inutile. non raggiunge i tetti e gli alberi spelacchiati, resta sospesa sopra di noi. A nord, il vulcano Etna, si erge candido, ha finalmente indossato l'abito invernale e il vento ci regala un po' del silenzioso gelo delle vette e delle conche infarinate.
Lo splendore del bianco non ingentilisce la severità della pietra nera dei palazzi e del selciato, solo il respiro ne raccoglie l'odore, un sentore di malinconica bellezza, come il vago ricordo di un altro tempo.
Invece il tempo è questo che viviamo, acquattati nella città acquattata come una fiera nella pianura vasta e abbrutita dalle campagne scempiate. In questi giorni di inverno anche i pensieri sono rarefatti come l'aria, fanno fatica ad addensarsi. Sono evanescenti, fantasmi di certezze sfuggono verso il nulla, inghiottiti dai vortici del maestrale. Giungono solo gli echi della vita, così pare, notizie sempre uguali nella loro banale cadenza, tronfie parole di uomini, artefici dei nostri destini. Per qualche ora o giorno, ogni cosa sembra ovattata, fiocchi di neve ricoprono tutto, stiletti di ghiaccio tintinnano a coprire il rumore delle voci barbare e scomposte. Poi tornerà il sole a cacciare il gelo, tutto riprenderà le forme usuali, il manto scivolerà via e scoprirà tutto e anche il Re sarà nudo, ancora e ancora. La neve non basterà a seppellirli i re della terra, non basterà a dissolverli il vento boreale. Che peccato, sarebbe un bel risveglio, sarebbe come vedere il primo bucaneve, piccolo e prezioso, fiorire.
Lo splendore del bianco non ingentilisce la severità della pietra nera dei palazzi e del selciato, solo il respiro ne raccoglie l'odore, un sentore di malinconica bellezza, come il vago ricordo di un altro tempo.
Invece il tempo è questo che viviamo, acquattati nella città acquattata come una fiera nella pianura vasta e abbrutita dalle campagne scempiate. In questi giorni di inverno anche i pensieri sono rarefatti come l'aria, fanno fatica ad addensarsi. Sono evanescenti, fantasmi di certezze sfuggono verso il nulla, inghiottiti dai vortici del maestrale. Giungono solo gli echi della vita, così pare, notizie sempre uguali nella loro banale cadenza, tronfie parole di uomini, artefici dei nostri destini. Per qualche ora o giorno, ogni cosa sembra ovattata, fiocchi di neve ricoprono tutto, stiletti di ghiaccio tintinnano a coprire il rumore delle voci barbare e scomposte. Poi tornerà il sole a cacciare il gelo, tutto riprenderà le forme usuali, il manto scivolerà via e scoprirà tutto e anche il Re sarà nudo, ancora e ancora. La neve non basterà a seppellirli i re della terra, non basterà a dissolverli il vento boreale. Che peccato, sarebbe un bel risveglio, sarebbe come vedere il primo bucaneve, piccolo e prezioso, fiorire.
sabato 9 gennaio 2016
Bestie, due volte.
Ci sono le bestie bestie. Il termine bestia proviene dall'omonimo termine latino che stava a indicare tutti gli animali non addomesticati e quindi pericolosi per l'uomo. Da lì si è poi diffuso il costume, linguisticamente, di appellare con il termine bestia, qualunque individuo che agisca con stoltezza, brutalità, violenza.
I fatti di Colonia e di altre città sono riconducibili alle azioni brutali, volgari, schifosamente misogine di centinaia di uomini ( mi duole molto adoperare questa parola per indicare il genere maschile, nella fattispecie i criminali di Colonia, di Amburgo ). In quella drammatica notte molte donne, uscite di casa per vivere pienamente e gioiosamente il loro diritto alla libertà e all'emancipazione, si sono viste negare questo fondamentale diritto, cadendo tra le grinfie di bestie bestie. Due volte bestie. Perché, incapaci di recepire qualsiasi evoluzione culturale e sociale, si comportano secondo i criteri che muovono gli esseri privi di raziocinio, seguendo gli istinti bestiali (delle bestie); e perché sono soggette, queste bestie, alla logica del branco e del capobranco, quindi bestie che seguono l'istinto, in branco e calpestando le orme del capobranco. La mia ovvia solidarietà va alle donne offese, il mio affetto è ancora più forte nei confronti delle mie compagne di sesso. A loro voglio solo dire di non cedere alla paura, di non provare umiliazione perché non ci si sente umiliati da una bestia che tenta di morderci o ci assale; voglio dire di portare la loro femminilità come una bandiera, issata e sfolgorante sulle teste di chi vorrebbe calpestarla; di continuare a essere donne coraggiose, tenaci e sicure di se stesse.
Hanno tentato di tutto, nel corso dei secoli, ci hanno violate e arse sul rogo, ci hanno accusato di copulare con il diavolo, ci hanno oltraggiate e mortificate. Hanno cercato di renderci deboli e spaventate, in tanti e da più parti lo hanno fatto. E abbiamo resistito, abbiamo percorso strade impervie, ma siamo arrivate, ci siamo anche noi. Ci siamo, noi donne, sempre. E non saranno alcune centinaia di bestie bestie a ricacciarci indietro.
In mio soccorso, a riscaldarmi il cuore arriva la Poesia, come spesso mi accade, amica discreta. Un incontro casuale sulla tv, una discussione felice su Dante. E al Sommo Poeta affido il mio pensiero, il mio amore per tutte le donne offese e oltraggiate.
I fatti di Colonia e di altre città sono riconducibili alle azioni brutali, volgari, schifosamente misogine di centinaia di uomini ( mi duole molto adoperare questa parola per indicare il genere maschile, nella fattispecie i criminali di Colonia, di Amburgo ). In quella drammatica notte molte donne, uscite di casa per vivere pienamente e gioiosamente il loro diritto alla libertà e all'emancipazione, si sono viste negare questo fondamentale diritto, cadendo tra le grinfie di bestie bestie. Due volte bestie. Perché, incapaci di recepire qualsiasi evoluzione culturale e sociale, si comportano secondo i criteri che muovono gli esseri privi di raziocinio, seguendo gli istinti bestiali (delle bestie); e perché sono soggette, queste bestie, alla logica del branco e del capobranco, quindi bestie che seguono l'istinto, in branco e calpestando le orme del capobranco. La mia ovvia solidarietà va alle donne offese, il mio affetto è ancora più forte nei confronti delle mie compagne di sesso. A loro voglio solo dire di non cedere alla paura, di non provare umiliazione perché non ci si sente umiliati da una bestia che tenta di morderci o ci assale; voglio dire di portare la loro femminilità come una bandiera, issata e sfolgorante sulle teste di chi vorrebbe calpestarla; di continuare a essere donne coraggiose, tenaci e sicure di se stesse.
Hanno tentato di tutto, nel corso dei secoli, ci hanno violate e arse sul rogo, ci hanno accusato di copulare con il diavolo, ci hanno oltraggiate e mortificate. Hanno cercato di renderci deboli e spaventate, in tanti e da più parti lo hanno fatto. E abbiamo resistito, abbiamo percorso strade impervie, ma siamo arrivate, ci siamo anche noi. Ci siamo, noi donne, sempre. E non saranno alcune centinaia di bestie bestie a ricacciarci indietro.
In mio soccorso, a riscaldarmi il cuore arriva la Poesia, come spesso mi accade, amica discreta. Un incontro casuale sulla tv, una discussione felice su Dante. E al Sommo Poeta affido il mio pensiero, il mio amore per tutte le donne offese e oltraggiate.
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Ne li occhi porta la mia donna Amore,
per che si fa gentil ciò ch’ella mira; ov’ella passa, ogn’om ver lei si gira, e cui saluta fa tremar lo core, sì che, bassando il viso, tutto smore, e d’ogni suo difetto allor sospira: fugge dinanzi a lei superbia ed ira. Aiutatemi, donne, farle onore. Ogne dolcezza, ogne pensero umile nasce nel core a chi parlar la sente, ond’è laudato chi prima la vide. Quel ch’ella par quando un poco sorride, non si pò dicer né tenere a mente, sì è novo miracolo e gentile.
Dalla "Vita Nova"
Francisco Goya, Streghe in aria, 1797
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sabato 2 gennaio 2016
Breve elogio dell'inverno.
Dicono che è arrivata la neve, al nord. L'anno nuovo porta con sé lo splendore soffice del ghiaccio, dopo giorni di sole ammorbato dallo smog, dalle nebbie chimiche. Come in un romanzo letto parecchi anni or sono, l'inverno ha disertato le feste, ha bussato alle nostre case dopo. Da sempre ho la sensazione che la natura stia ad ascoltarci, sa quando è necessario dare un segnale a noi umani, proprio come dà il segnale alle altre bestie che la popolano. Finito è il tempo dei bagordi, finite le notti che si trascinavano verso quella più lunga; ora, in un lento dipanarsi di ore fredde, riprenderemo a vivere le consuete attività, senza rutilanti luci, senza alberi infiocchettati, senza calici impugnati a sfidare il futuro e a minacciare il passato. Per un po' di tempo, per quello che volgerà alla mite stagione, l'inverno ci farà compagnia. Sarà quella del tepore ritrovato alla sera, sarà quella delle domeniche inerti davanti ai televisori, sarà quella del libro sul comodino, da leggere prima di sprofondare sotto l'ingombro di coperte e plaid. Nei giardini e negli orti, nei vasi del mio terrazzo, le piante fingeranno di dormire, brulicando di linfa per la bella stagione; le gattine si prepareranno a miagolare d'amore nei cortili e qualche cane abbaierà alla luna, ché gli apparirà più grande e misteriosa nelle notti invernali. Nei palazzi del potere, ovunque, si giocherà l'eterno bingo, i politici non sanno che la tombola finisce con le feste. Dopo si dovrebbe essere seri, si dovrebbe smettere di estrarre i numeri che vogliono. L'inverno è una stagione severa, ma può diventare anche una stagione proficua: può essere lungo quanto una pace lunga; può diventare fervido quanto un formicaio, se c'è il lavoro per le formiche; può essere accogliente quanto una casa amica; può essere allegro quanto i bambini allegri; può essere giovane, infine, se ci sono i giovani. Dimenticavo: può essere silenzioso, di quel silenzio bianco della neve, quanto le bocche chiuse, cucite con refe d'acciaio, degli stolti.
Vincent Van Gogh "Minatori nella neve" 1878 - 1880 ca.
Vincent Van Gogh "Minatori nella neve" 1878 - 1880 ca.
lunedì 28 dicembre 2015
Che sia vita.
Allora, mancano pochi giorni e anche questo
anno andrà al macero. Gli anni brutti, planetariamente orribili, dovrebbero
finire così, nell’acido a liquefarsi. E invece finirà nelle pagine dei testi di
storia, verrà reso immortale proprio dalla Morte che lo ha contrassegnato, mese
dopo mese. Nessuno di noi, anche volendo, potrà riporlo assieme al calendario
vecchio, nessuno di noi potrà dimenticare le stragi in mare di uomini, donne e
bambini; nessuno di noi potrà dimenticare il crudele snocciolare dei notiziari
che ci hanno tenuti incollati davanti alle tv, ai pc, per aggiornarci sui
numeri, sui cadaveri di innocenti negli attentati, di innocenti nell’infinita
guerra mediorientale. Uno stillicidio al quale ci siamo, alla fine, assuefatti,
forse è questo sentimento di apatica assuefazione, il reale orrore delle guerre
e delle stragi. Alla fine stai lì ad aspettare l’entità del danno, a
confrontarla con quelle precedenti, a catalogarla, Un lavoro da becchini, in un
certo senso o da epidemiologi, ai tempi delle pestilenze antiche e moderne. Il
2015 scompare e, ci scommetto, anche in questa prossima notte, si dileguerà
accompagnato da botti, petardi, razzi colorati, grida di speranza e di
benvenuto per quello che ne prenderà il posto. Dalla mia terrazza vedrò, come
tutti gli anni, incendiarsi la città e mi sembrerà di essere a Beirut o a
Damasco, sapendo che è solo un inganno fortunato, perché non ci saranno
cecchini appostati né missili, né intelligenti bombe. Ci saranno solo i soliti
cretini, i casalinghi guerrieri, a sfogare la loro rabbiosa speranza di
ucciderlo l’anno e omaggiare l’altro.
Io, come sempre, come ogni 31
dicembre, non mi aspetterò alcunché, il tempo gioca con la vita come vuole. Mi
metterò a guardare il cielo e lascerò salire i miei pensieri e tornerò indietro
e rivedrò volti e riascolterò parole. Poi brinderò con chi mi sarà accanto, ma
non all’anno nuovo, brinderò con vino rosso alla vita perché sia lei ad
allacciare il tempo. Che sia buona vita per tutti, che sia vita, in questo
2016.
Sandro Botticelli "Nascita di Venere" 1482 - 1485 ca.
Sandro Botticelli "Nascita di Venere" 1482 - 1485 ca.
lunedì 21 dicembre 2015
Corriamo, corriamo!
Ci siamo. L’orologio ha
accelerato le lancette, scattano frenetiche sul quadrante e ci dicono che il
traguardo è vicino. Il Natale, come un esattore pignolo, si ripresenta alla
nostra porta, vuole incassare il dovuto. Vuole incassare il debito che abbiamo
accumulato lungo tutto l’anno e così ci presenta il conto, Una lunga lista di
omissioni, telefonate non fatte a chi, magari, se l’aspettava; una scappatina
da chi sapevamo essere solo; un abbraccio frettoloso a un altro, bisognoso d’un
gesto fraterno; e poi i pensieri negati per chi sta peggio di noi; e le parole
d’affetto, non dette, le nostre bocche cucite per pigrizia, per apatica
rassegnazione. E in cambio, il Natale, ci sottopone un cesto colmo di ricordi,
e non sempre è un dono indolore. Affiorano volti e suoni che credevamo svaniti,
che avevamo occultati sotto una spessa coperta di indifferenza o di salutare
oblio.
In questo caos d’emozioni, di
tempeste interiori (che vorremmo si quietassero, che vorremmo disperdere), si
profilano,, invincibili alfieri, suonatori di trombe, sventolatori di sacri
vessilli, le impellenze obbligate della Festa. E nonostante tutto, nonostante
che la Terra tremi in preda a sofferenze e atrocità, nonostante lo sgomento,
nonostante le innumerevoli immagini di delirio planetario, nonostante tutto
ciò, noi corriamo, corriamo verso la Festa. Tra alberi che non profumano di
resina, tra cumuli di carta e plastica, tra montagne di cibo che faticheremo a
smaltire, corriamo, formiche impazzite a riempire la tana. Ma la tana è casa,
l’ultimo approdo certo e lo stridore del mondo vi s’infrange contro. Non
penetra le stanze, non scardina le porte, non spezza la quiete di un giorno.
Resta sospeso al di fuori, per una notte e per un giorno, sconfitto dall’illusoria
bellezza di sentirsi al riparo.
Non ci saranno convulse resse
d’abbracci
né banchetti assiepati di volti
i volti amati sono in cornici
appese
al cuore dell’albero sprizzano luce
Non ci saranno canzoni e
campane
le renne sono nella stalla
ormai
con le zampe spezzate del
carillon
di voi figli bambini con i
piedi scalzi
e gli occhi d’innocui felini
sonnacchiosi,
incollati al vetro della porta, antro della
magia
tra i guizzanti ceppi nel
camino,
a scrutare le rosse ombre della
vigilia.
Non ci saranno giochi al tavolo
unto di dolci
né bellicose tenzoni e
caroselli saettanti
nel turbinare di augurali
promesse.
Sarà il Natale quieto della
nostra vita
sarà il Natale delle mani
aperte, aperte a noi
come colombe di pace sulla capanna
antica
sarà il Natale gentile delle
parole,
faville crepitanti a sciogliere
il silenzio.
Dal cielo cadranno forse le
stelle sopra noi.
Foto di Meyer Liebowitz N.Y. Times 1959
martedì 15 dicembre 2015
Chapeau!
Si torna sempre sul luogo del
proprio misfatto, così recita la vulgata della cronaca nera. E io sono tornata,
ancora una volta, sui luoghi del mio delitto, che è un romanzo rimasto, come altri, nello scaffale fisico della mia libreria e in quello immateriale
del mio cuore.
La storia è lineare, tutta in
verticale però. Molti anni or sono, per una casualità di cui non ho memoria, mi
ritrovai con alcuni amici in un borgo arroccato sui monti Iblei: Buscemi. Si
era in estate ed eravamo venuti su dal mare, probabilmente accaldati e stanchi,
con poca voglia di girare per le stradine sconnesse che scendevano e salivano,
costeggiando le case malmesse, in evidente stato di abbandono. Eppure, c’era un
silenzio profumato di erbe selvatiche, una quiete remota che mi turbarono.
Forse l’emozione fu dovuta all’improvvisa estraneità dall’esacerbante frenesia
della spiaggia e della folla chiassosa che vi si rotola, beatamente disinibita,
non lo so. Ma provavo un benessere accogliente, come un reduce che ritorna alla
pace del proprio nucleo d’affetti. Parecchi anni dopo, tornai di proposito e
decisa a conoscerlo meglio, quell’eremo silenzioso. E ne fui ancora più
incantata: era un giorno di novembre con tutti i requisiti di questo mese,
nebbiolina, pioggia sottile e intermittente, cielo cinerino, a tratti
squarciato da una sottile lama di sole. La chiesa barocca dominava la piccola piazza
con le sue volute in pietra color ocra chiara, le case all’intorno recavano i
segni di una vetusta e trascurata bellezza. Visitammo le case museo, case quasi
scavate nella pietra, dove avevano vissuto contadini e pastori, in dignitosa e
operosa povertà. Anche in quella domenica di novembre il silenzio del borgo mi afferrò, un giovane che si era prestato, gentilmente, a farci da guida, ci
disse che ormai gli abitanti erano non più di settecento. Il selciato a lastre scomposte, tra le pietre l’erba ingialliva sotto le sferzate delle prime
gelate, ci portava su e poi giù, e noi inerpicandoci verso l’alto e dopo slittando verso la valle,
ci guardavamo intorno senza fiatare.
Alcuni anni dopo trasposi l’immagine
di Buscemi nel mio libro, trasfigurandolo con la fantasia e divenne Geodoro.
Ci sono tornata ancora,
pochissimi giorni fa e non ho trovato più Buscemi, Geodoro è scomparso per
sempre. Al suo posto, i miei occhi stupefatti e tristi, hanno visto palazzi
dalle facciate dipinte d’un verde squillante o di un rosa maitresse; le antiche
case hanno perduto la dignità dei loro infissi scardinati, per acquisire la
volgarità degli inesorabili infissi in alluminio; la bella chiesa barocca c'è
sempre, almeno quella è intatta, ma dietro occhieggia, come un fungo maligno,
un caseggiato verdognolo. Il silenzio resiste, interrotto dal ronzare di qualche
veicolo; ma non profuma di erbe selvatiche, ha l’odore che si riversa da due o tre bar con le insegne
al neon blu viola e rosso, che
snocciolano le specialità in inglese, ovviamente. Come se ci trovassimo a Soho.
Ho deciso di scrivere al
Sindaco, mi sono procurata tutto l’occorrente. Voglio complimentarmi con lui
per avere distrutto una mia visionaria e delirante fantasia. Sì, gli dirò che
Buscemi – Geodoro non esiste più. Al suo posto resta, però, qualcosa: l’oro
(sono stata Cassandra?) degli infissi, dei portoni, dei cancelli, in alluminio
anodizzato, che si riverbererà, in eterno sulle vallate circostanti. Chapeau,
signor sindaco!
Gustave Courbet "Il disperato" autoritratto - 1844
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