Dicembre. Sinonimo, per i cristiani, del Natale. Con tutto quello che ne consegue in termini di festeggiamenti, addobbi, corse affannate per negozi alla ricerca della strenna utile-inutile e poco costosa - c'è la crisi e c'è che morde l'anima a spendere con tanta gente a spasso in giro - ; propositi per l'anno che si accinge a emettere il primo vagito, e sono di solito, buoni propositi. Non soltanto ci si ripromette, infatti, di cambiare tutto della propria vita, ad esempio casa, stile di vita, partner anche e perché no? Ma si aggiunge alla catasta di ripensamenti, la suprema aspirazione, quella più vecchia ( sempre per noi cristiani) e ahimè la più disattesa, di essere migliori, nel senso dell'umana bontà. Si è colti dall'afflato universale del caritatevole amore per l'altro e per le necessità dell'altro. Ci costringiamo, per un mese o anche per un giorno (meglio non esagerare, si corre il rischio della scarsa credibilità), al perdono e alla compassione, appendendoli accanto alle palle di vetro, ai rami dell'abete; mescolandoli al muschio che ricopre il presepe, qualora dovessimo prepararlo ad accogliere la Lieta Novella.
Sì, vogliamo stare bene con noi stessi, per una volta, saperci buoni. Ma le lucine dell'albero scintillano nelle nostre case e fuori c'è l'oscurità dove è così facile perdersi: è sufficiente una parola, della quale si disperdono il suono e il significato nell'aria resinosa di dicembre; è sufficiente un gesto che non arriva o che arriva e ha il peso di una sberla; è sufficiente una delusione, la risposta mancata alla letterina spedita a Babbo Natale perché "quella" scatola piena di sogni arrivi a destinazione, trasportata dalle renne, col suo bel fiocco rosso natalizio, ed ecco che il buio può inghiottire noi e le nostre pie predisposizioni.
Dicembre. Sinonimo del Natale e della bontà del panettone e del torrone; della frutta secca e di qualche bicchiere di vino in più; della famiglia riunita e dei bambini più piccoli che si esaltano, timorosi anche, aspettando il papà o il nonno vestiti come il vecchio calato dal Grande Nord; e della speranza di essere buoni, per una notte almeno, con noi stessi e con gli altri. Come ogni anno, come ogni notte di ogni Santo Natale, che possa durare, almeno, fino all'alba del giorno dopo. E poi le lucine si spegneranno, in attesa di brillare nuovamente, in un'altra magica notte di Natale.
Marc Chagall: Solitude - 1933
lunedì 1 dicembre 2014
martedì 25 novembre 2014
Fruscìo
I ricordi si sovrappongono alla vita dell'oggi, alle aspettative del domani. Rimangono impigliati nelle trame dell'esistenza, molesti insetti e splendide farfalle che si agitano senza mai riposare, emettendo un incessante fruscìo.
Fruscìo
Batte il tonfo nella notte
ricadi ancora supina forma
nella libertà degli Inferi
della tua mente impietosa.
Un vortice schiaccia il tempo
un tumulto scardina le porte
da me incustodite, ignara vestale
del tempio sconsacrato agli Dei.
I cancelli stridono, stridono.
Chiudono i giardini al mio occhio cieco.
Non disseterò mai più la mia erba,
vedrò germogli bruciati e lande brune.
Sono reclusi gli anni, calpestati
da molti piedi stranieri.
Mi chiamano ancora, hanno voci
di antichi amori, oscillano e si tuffano.
Del mio cuore dilatato nel nuovo spazio.
piccole ninfe siete, amorose parole.
bisbigli di canzoni, fruscii di erbe smosse
venite fuori dall’ombre, incontro a me venite.
venerdì 21 novembre 2014
Ossessioni? No, solo ombre.
Scivolando, saltellando, inciampando qua e là per il web, in particolare nei social, mi capita, sempre più spesso di imbattermi in post, stati, e relativi commenti rivelatori di una società assillata. Anzi ossessionata. Le ossessioni che sbucano come funghi dopo la pioggia e che bucano le menti come spilli e spilloni, sono, per lo più, riconducibili alla sfera sessuale e, in misura minore anche se imponente, a temi di vario fanatismo - religioso e a-religioso; politico e apolitico; razzista in tutte le salse, e cioè contro le donne e contro gli uomini, contro i neri e i gialli e anche i visi pallidi, insomma contro tutto e tutti. Non ultima, l'ossessione culturale, farsi riconoscere come appartenente a un livello intellettualmente superiore è molto, molto cool. Quelle più divertenti, quando non superano il limite del sempre valido buon gusto, sono le ossessioni inerenti al sesso. Basta fiondare sullo schermo un'immagine appena appena allusiva, non so, una trasparenza, un vedo e non vedo, un abbagliante spicchio di pelle, sapientemente dissimulato e quindi supremamente intrigante, che il picco dei like e dei commenti degli utenti maschili, ecco che si impenna. E il testosterone trabocca e vola felicemente attraverso l'etere. Ora dico io, non è che la cosa crei un particolare fastidio, facciano pure, lor signori e anche loro, le maliziosissime fanciulle (anche in là con gli anni, a onor del vero), ma che, almeno si rendano conto nel reiterarsi quotidiano delle loro abituali performance dialettiche sul web, che rischiano di diventare succubi di un'ossessione. Virtuale certo, ma sempre di ossessione si tratta. E le ossessioni fanno presto a disorientare. Si finisce, prima o poi, col pensare sempre più a una sola cosa e si perdono di vista tante altre cose (e persone), quelle sì, reali e accoglienti. E il discorso è valido per tutti, tanto per la stralunata utenza maschile, quanto per quella femminile, assillata, a sua volta, dal desiderio di conferme del proprio potere seduttivo, e dalla voglia di galanterie, più o meno esplicite ed eleganti. Ma davvero abbiamo necessità, noi donne, di conferme da qualcuno senza identità alcuna, se non quella che appare? A me sembra di no, o quantomeno, non dalla rete. Le conferme di ciò che siamo, fisicamente e intellettivamente, dovremmo leggerle altrove, non sullo schermo lucentemente morto di un pc. Dovremmo leggerle negli occhi di chi ci vive accanto, di chi ci conosce e ama: anche, e forse meglio, per le nostre piccole manie, per le nostre incertezze, per le cadute improvvise, per le fobie e per gli assilli che, come buchi neri tra le stelle, regalano ombre ammalianti ai nostri occhi.
Foto di Jacques Henri Lartigue
Foto di Jacques Henri Lartigue
domenica 16 novembre 2014
La libertà di non ascoltare.
Non c'è frase più esaltante: "Io sono un essere libero". Come non esserne fieramente convinti, come non provare un senso di grandezza nel pronunciarla? La consapevolezza della propria libertà dà anche un senso di onnipotenza, di pienezza. Rappresenta il compimento del cammino.Ci sono, però, uomini e donne che a questa consapevolezza teorica, non hanno mai affiancato la corretta applicazione di questa teorica libertà a quella che risulta essere poi la reale condizione umana e delle loro esistenze, in particolare. Il sentirsi intimamente liberi, implica il potere di scegliere una cosa anziché un'altra; di decidere del proprio presente nella visione di un futuro; spesso, tuttavia, questo non basta, non è stato e non è sufficiente per molti uomini e donne. Poiché dimenticano che la libertà ha delle regole, senza le quali cessa di esistere. Essere liberi non significa esserlo ad libitum; la libertà piena si ottiene, al contrario di quanto si sarebbe portati a sperare, quando si è capaci di "liberarsi" da istinti e pulsioni narcisistiche ed egocentriche, tanto gratificanti sul momento, quanto distruttivi in prospettiva di un'attività lavorativa, di una relazione sentimentale, dei rapporti sociali in genere. C'è sempre in ciascuno di noi - un pizzico di autocritica non guasta - la solita, maliziosa vocina che ci spinge, in un determinato frangente della nostra vita, a lasciarci andare, a superare il limite della decenza e della morale, senza provarne, all'istante, grande rimorso o senso di colpa che sia. Piuttosto, ci pare di spiccare il volo, di esserci alleggeriti dai gravami del buon senso e del buon gusto: in breve, ci inebriamo della nostra, supposta, libertà. E ci accomodiamo sulla mongolfiera, privata dalla zavorra, veleggiando verso territori fascinosamente ignoti. Ma l'ebbrezza ha un effetto rebound, e la mongolfiera si affloscia presto, facendoci precipitare nella nausea del dopo sbronza. E allora? Allora, forse faremmo meglio a essere più cauti nelle nostre consapevolezze, bandendo l'illusoria presunzione di essere abilissimi timonieri.
Essere liberi non vuol dire assecondarsi, dare ascolto e poi voce a quella parte di sé che pretende la soddisfazione di un'esigenza (spesso fittizia). Sono certa, per esperienza diretta, che sia altro, anzi tutto il contrario. Per me ha il senso di una "redenzione" di quella parte buia del nostro io o quanto meno ha il senso della nostra capacità di ricacciarla, quella porzione di noi, nell'oscurità e che lì giaccia sempre.
Oggigiorno scorgo tanti ragazzi e ragazze che aspirano ( mi ricordano un po' i nostri avi irredentisti) alla libertà. Dalla famiglia d'origine per poter scegliere se averne una "tutta" loro; dalla paura di non valere niente; dalla convinzione di essere condannati a un eterno precariato di lavoro e di affetti.
Aspirano all'autonomia, dai padri e dalle ansie. E perché ci riescano, devono essere indipendenti economicamente, in soldoni, devono avere un lavoro e non con paghe da fame che continuerebbero a mantenerli nella condizione di non-libertà.
Oggi ci vorrebbe il lavoro, ecco questo rappresenterebbe la libertà per i giovani. Ma questo è un altro discorso, scusate, la lingua batte dove il dente duole.
Foto di Robert Mapplethorpe
Essere liberi non vuol dire assecondarsi, dare ascolto e poi voce a quella parte di sé che pretende la soddisfazione di un'esigenza (spesso fittizia). Sono certa, per esperienza diretta, che sia altro, anzi tutto il contrario. Per me ha il senso di una "redenzione" di quella parte buia del nostro io o quanto meno ha il senso della nostra capacità di ricacciarla, quella porzione di noi, nell'oscurità e che lì giaccia sempre.
Oggigiorno scorgo tanti ragazzi e ragazze che aspirano ( mi ricordano un po' i nostri avi irredentisti) alla libertà. Dalla famiglia d'origine per poter scegliere se averne una "tutta" loro; dalla paura di non valere niente; dalla convinzione di essere condannati a un eterno precariato di lavoro e di affetti.
Aspirano all'autonomia, dai padri e dalle ansie. E perché ci riescano, devono essere indipendenti economicamente, in soldoni, devono avere un lavoro e non con paghe da fame che continuerebbero a mantenerli nella condizione di non-libertà.
Oggi ci vorrebbe il lavoro, ecco questo rappresenterebbe la libertà per i giovani. Ma questo è un altro discorso, scusate, la lingua batte dove il dente duole.
Foto di Robert Mapplethorpe
martedì 11 novembre 2014
Una coscienza diversa
"Oh infine, ho la mia coscienza e mi
basta." (...) Non vi dirò che non val nulla, se per voi
è proprio tutto;
dirò, per farvi piacere, che allo stesso modo ho anch'io la mia e so che non
val nulla. Sapete perché? Perché so che c'è anche la vostra. Ma sì. Tanto
diversa dalla mia. (tratto da "Uno, nessuno e centomila di Luigi
Pirandello)
Mai come in questi giorni le parole di
Pirandello mi sembrano perfettamente attinenti a tutto quello che accade.
Abbiamo assistito a una sequela di assoluzioni in vari processi e non starò qui
a ricordarli tutti. Mi limiterò a riportare che, per tutti o quasi, non erano
sufficienti le prove a carico o il reato non era ascrivibile ad alcuni degli
imputati o essi stessi erano estranei al reato.Ne prendo atto, con una certa amarezza, ma
ne prendo atto. Nel processo per il terremoto de L'Aquila, quello che però mi
ha emotivamente colpita è stato lo sconcerto e la rabbia di chi gridava
"vergogna" da una parte, e dall'altra l'apparente serenità d'animo
espressa da alcuni imputati-assolti e, in particolare, quella espressa da un
magistrato che, rispondendo alle domande di un giornalista, si definiva
"in pace con la coscienza e con Dio". Purtroppo non ne ricordo il
nome, ma ne invidio le certezze. Ecco, io non sono così sicura della mia
coscienza, come Pirandello scrive, non vale nulla perché c'è quella di altri.
Però, sempre citando Pirandello, la mia è diversa.E tornando a più umili e ordinari fatti,
anche nella vita quotidiana si inciampa in moltitudini di coscienze. C'è, ad
esempio, la coscienza di chi sa con ferrea sicurezza, a chi rendere merito nel
lavoro svolto. Lo sa con la ferrea certezza dovuta ad anni di assuefazione,
rassegnata o no, al nepotismo più sfrontato e al clientelismo; lo sa in quella
maniera, ipocrita e arrogante, per mezzo della quale si muove nella società,
acquisendo consensi e simpatie, più o meno devote. Sa a chi rendere merito,
immeritatamente, a scapito dell'onestà e della riservatezza, dell'educazione e
della laboriosa applicazione, dell'intelligente capacità di assolvere ai
compiti assegnati senza degradare la propria coscienza.
Che è, per l'appunto, una coscienza diversa.
Che è, per l'appunto, una coscienza diversa.
Foto di Jerry
Uelsmann
venerdì 7 novembre 2014
Monocromia
La città è di un unico colore, si è tinta di piombo come il cielo che pare avvolgerla. Le cupole si distinguono appena e gli alberi, ora immobili, se ne stanno zitti e bagnati, giù nel parco. Le strade di lava nera brillano, lasciando scorrere un'acqua melmosa di foglie e di carte marcite; il temporale ha lasciato un sentore sulfureo nella caligine. Non vi sono rumori, pare che si sia addormentata, la città altrimenti chiassosa. Ma non mi spaventa tutto questo scuro abbassarsi del cielo, mi offre una sensazione di calma, come l'attesa pigra di qualcosa: Il vento ha smesso da alcune ore di strapazzare tetti e terrazzi, concede una tregua alle orecchie; ieri fischiava, era un treno impazzito, e mulinava sulla città, portandosi via tutto quello che gli sbarrava la corsa. Il vento sì, mi incute un'angoscia perfida, che si insinua nella mente e sibila e poi sbraita: sembrano grida velate, i suoi respiri sulla città. Ma oggi no, oggi il cielo brontola, è un vecchione catarroso.
In questo giorno senza luce, senza i colori del nostro bellissimo novembre, il mondo appare distante, talmente che si potrebbe dimenticare che ci sia altro; e la politica e l'indefesso vociare e le istanze furenti di giustizia e di lavoro, si sciolgono nel grigio, in un acquerello nebbioso. Se la pioggia potesse lavare tutto, stemperare ogni singola parola di menzogna, ogni stupida promessa; se andasse tutto a defluire nei tombini, proclami fantasiosi, accordi fantasmagorici, velleitarie aspettative e decisioni, tutto si mischierebbe alla melma, dove è meglio che resti.
Noi, scampati ai vortici della natura offesa, restiamo al chiuso delle case o rientriamo in esse, senza parole e senza pensieri per un giorno. Soli o in compagnia di chi ci è più caro, ad assaporare dai vetri punteggiati di gocce la città grigia e muta.
sabato 1 novembre 2014
L'Idra di Lerna mi divorerà.
Non è mia abitudine mettermi su queste pagine con assiduità giornaliera, ma ho il petto colmo di amarezza, il cuore che batte al ritmo di una rabbia furente.
Non ce la faccio più a vivere in un Paese così, la misura è stracolma, la tentazione di fuggire è tanta.
Ieri i media hanno diffuso due notizie, la prima riguardante l'assoluzione, nel processo sulla morte di Stefano Cucchi, di tutti gli imputati; la seconda, la prescrizione del reato nel processo d'appello contro il ministro Claudio Scajola. E nel processo di primo grado era stato assolto, perché nell'acquisto della ormai famosa casa con vista sul Colosseo, non vi era stato dolo da parte sua. In poche parole, a caval donato non si guarda in bocca e che colpa può mai avere il tapino, se un tale magnanimamente gli ha voluto elargire una regalia da un milione di euro? Capita a tutti noi, no? E se non è ancora successo, è solo colpa nostra che, poveri scemi, non abbiamo saputo scegliere le amicizie giuste.
Due sentenze dunque e se ne dovrebbe essere lieti, se giustizia fosse stata fatta. Ma non è così. E se nel caso del politico, anima candida siccome un giglio, la vicenda suscita lo sberleffo e un triste sarcasmo; nell'altro, quello del giovane morto non si sa come - anzi no, si suggerisce l'ipotesi di un suicidio dovuto all' inedia consapevolmente voluta da lui stesso - l'epilogo suscita uno sbigottimento attonito come se non si volesse credere a ciò che si sente, e subito dopo, una collera sorda e il rifiuto sdegnato di accettarla quella sentenza.
Penso ai genitori e alla sorella di Stefano che hanno visto quel cadavere, figlio e fratello un tempo, macchiato dalle ecchimosi, gli occhi pesti, segnato da fratture; penso a loro che hanno collaborato con le istituzioni, confermando dolorosamente la tossicodipendenza del loro ragazzo, ma fiduciosi di conoscere la verità di quel corpo spezzato e denutrito. Vorrei abbracciarli e dirgli che sono con loro, che sto dalla loro parte, che anche io voglio la verità.
Mi rimane questo gusto fangoso nella bocca, questo miasma nelle narici, questa sensazione di sporcizia. Come se anche io fossi caduta nella palude fetida dell'Idra, il mostro a nove teste che è pronto a divorarmi.
Non ce la faccio più a vivere in un Paese così, la misura è stracolma, la tentazione di fuggire è tanta.
Ieri i media hanno diffuso due notizie, la prima riguardante l'assoluzione, nel processo sulla morte di Stefano Cucchi, di tutti gli imputati; la seconda, la prescrizione del reato nel processo d'appello contro il ministro Claudio Scajola. E nel processo di primo grado era stato assolto, perché nell'acquisto della ormai famosa casa con vista sul Colosseo, non vi era stato dolo da parte sua. In poche parole, a caval donato non si guarda in bocca e che colpa può mai avere il tapino, se un tale magnanimamente gli ha voluto elargire una regalia da un milione di euro? Capita a tutti noi, no? E se non è ancora successo, è solo colpa nostra che, poveri scemi, non abbiamo saputo scegliere le amicizie giuste.
Due sentenze dunque e se ne dovrebbe essere lieti, se giustizia fosse stata fatta. Ma non è così. E se nel caso del politico, anima candida siccome un giglio, la vicenda suscita lo sberleffo e un triste sarcasmo; nell'altro, quello del giovane morto non si sa come - anzi no, si suggerisce l'ipotesi di un suicidio dovuto all' inedia consapevolmente voluta da lui stesso - l'epilogo suscita uno sbigottimento attonito come se non si volesse credere a ciò che si sente, e subito dopo, una collera sorda e il rifiuto sdegnato di accettarla quella sentenza.
Penso ai genitori e alla sorella di Stefano che hanno visto quel cadavere, figlio e fratello un tempo, macchiato dalle ecchimosi, gli occhi pesti, segnato da fratture; penso a loro che hanno collaborato con le istituzioni, confermando dolorosamente la tossicodipendenza del loro ragazzo, ma fiduciosi di conoscere la verità di quel corpo spezzato e denutrito. Vorrei abbracciarli e dirgli che sono con loro, che sto dalla loro parte, che anche io voglio la verità.
Mi rimane questo gusto fangoso nella bocca, questo miasma nelle narici, questa sensazione di sporcizia. Come se anche io fossi caduta nella palude fetida dell'Idra, il mostro a nove teste che è pronto a divorarmi.
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