I fatti sono arcinoti ed è superflio imsistere nel ricordarli. Se ne è parlato dappertutto, nei bar come nelle tv; se ne è scritto dappertutto nei quotidiani come sul web. Verrebbe da dire che ci siamo abituati al turpiloquio, alle "onorevoli" percosse; verrebbe da dire che ci siamo mitridatizzati, il veleno non ci nuoce più. E però, dai commenti di un giovane amico pentastellato una riflessione mi urge dentro. Asserisce, questo mio caro e giovane amico, che non è ammissibile mettere sullo stesso piano "truffe agli italiani, rapine al futuro dei figli, con qualche insulto" anche se, aggiunge, deprecabile. E asserisce anche che i deputati 5stelle dovrebbero farsi "più furbi." Dico subito che per quel che concerne la "furbuzia" (termine detestabile, a mio avviso, e che collego sempre all'idiozia e non all'intelligenza), i neoeletti 5stelle hanno un'autostrada a scorrimento veloce davanti, non incontreranno alcun ostacolo nel diventarlo, "furbi". Gli esempi sono tanti e preclari. Ciò che mi lascia incerta e molto, molto perplessa è piuttosto la graduatoria di "merito" e cioè cosa sia meglio o peggio. Come a dire: scegliete voi, miei prodi cittadini, è più nobile esprimere lo sdegno morale per le istituzioni fedifraghe e corrotte o è più nobile avere in ripulsa le sconcezze sessuali, le oscene violenze verbali pronunciate e scritte contro una donna? Domanda che mi fa trattenere il fiato o che, paradossalmente, mi fa venire voglia di ridere, tristemente, ma di ridere. Perché lo sdegno per una delle due azioni non implica il minore sdegno, o peggio l'assenza di esso, per l'altra. Perché bisogna cercare una gerarchia per importanza? Cui prodest? Qual è il senso di tutto questo discutere e strillare? I cittadini onesti sanno bene dove guardare e a chi; i cittadini onesti e dotati di spirito civico e di sani principi hanno imparato sulla loro pelle chi e cosa può danneggiarli e provano indignazione e collera, la collera dei giusti, per tutto quello che viene compiuto contro il bene comune. Ma i cittadini onesti sanno anche che non è tollerabile, non è plausibile denigrare, insultare, infangare nella maniera più obbrobriosa, una donna. Non lo farebbero mai, i cittadini onesti e civili. Quelli che lo hanno fatto, vigliaccamente sul web, non sono cittadini onesti. Sono solo cittadini maiali. Che hanno risposto a una domanda posta da un maschio maiale.
Senza rendersi conto, forse, di fomentare gli istinti più bassi del maschio dominante. Senza rendersi conto, forse, di essere colpevoli di induzione alla violenza sessuale, allo stupro. Al di là delle mie personali simpatie o antipatie, rivolgo alla "donna" Laura Boldrini, la mia empatia. Sono una donna e la violenza su noi donne mi ripugna e la combatto sempre e comunque, come posso. Anche con le parole.
"Words like Violence, Break the Silence" di Caridad Sola 2013
lunedì 3 febbraio 2014
lunedì 27 gennaio 2014
La memoria. La mia.
Ero poco più di una bambina,
occhi celati già da lenti da miope,
treccia arruffata sulle spalle, un corpo magro e informe insaccato in abiti
informi. Ero poco più di una bambina sospesa tra le bambole e gli specchi che
rimandavano un’immagine di me poco gradevole. Sempre con un libro tra le mani,
sempre con la testa piena di parole. Sapevo tutto, così credevo, della mia
famiglia; conoscevo la storia dei miei nonni appresa dalla voce d’argento della
nonna; conoscevo la storia di mio padre eroe incerto in una guerra infame. Era
il mio mondo e i fantasmi c’erano, ma li potevo chiamare per nome. Poi non
ricordo né quando, né perché, la mia tela si lacerò. L’involucro in cui mi ero
annidata si spezzò e la mia famiglia e la storia di mio padre eroe incerto e la
storia-storia assunsero un altro aspetto. Ricordo un documentario in bianco e nero, girato dagli
americani (o dai sovietici?) quando filmarono l’orrore di quei volti, di quei
corpi consunti come scheletri di carne e sangue, i sopravvissuti con le mani
aggrappate al filo spinato; ricordo le orbite nere e fisse nell’obiettivo della
cinepresa, orbite non occhi. E i miei occhi, li rivedo enormi e sgranati,
orbite vuote anch’essi. Mio padre era seduto dietro di me, sul divano a fiori e
stava zitto. Mi girai piano e gli chiesi: “Tu sapevi, papà?”
Mio padre era fascista. Aveva
amato la Patria e il Duce. Ho odiato per molti anni, quel suo amor di patria, quel suo amore cieco e mortale. L’ho perdonato dopo, alla
fine. Non ne parlavamo quasi più, ma io ero l'anima rossa, per lui e non si arrabbiava più, mi aveva, in qualche modo, accettata.
domenica 26 gennaio 2014
Giorno per giorno.
Un terremoto. Appena percepito, contro la parete gialla, un buco allo stomaco, un silenzio di uccelli in giardino. Poi niente, la calma. Rimane un pulsare doloroso del sangue, ma a quello ho fatto l'abitudine da qualche mese. Oggi è accaduto questo. E anche altro: ho riso, ho riso finalmente, con gli occhi chiari e allegri di mia figlia puntati dentro al cuore, mentre mi raccontava di sé, farfalla chiusa nell'involucro del pc, farfalla libera sotto cieli piovosi. Nella mia stanza filtrava un raggio freddo, un laser che mi accecava, ma lei era con me e niente di male poteva accadere, non con lei. Domani sarà diverso, domani verrà dell'altro e il laser freddo riprenderà a tagliare, bisturi incruento. Giorno per giorno penetrerà in me, ma io stornerò lo sguardo, non pemetterò che mi sfiori. Giorno per giorno lo affronterò e, come lei, gli riderò in faccia. Al mio laser, al mio raggio freddo.
martedì 21 gennaio 2014
L'insensatezza della vita.
Quante stranezze riserva la vita, quanti eventi ci sorprendono senza segnali, senza presagi. Nella nostra personale esistenza, così come nella vita pubblica. E il disagio che si vive nelle quotidiane esperienze è come amplificato da quello che si insinua dal di fuori, dall'esterno, da quell'altro scorrere da cui non possiamo proteggerci. Oggi mi appare strano che si parli tanto e ancora chissà per quanto se ne parlerà, ahinoi, dei due uomini politici che occupano il palcoscenico con la loro tracotante e affine voglia di potere. L'uno, vecchio e consumato attore, si ostina a calpestare la ribalta con la notoria famelica bramosia di visibilità e di plauso; l'altro, giovane e sorridente, arrota le zanne e studia per apprendere, vuole essere un discepolo esemplare. E noi, noi tutti, ce ne stiamo nei loggioni, in platea ad assistere. Per lo più muti, qualcuno con il muso storto, qualcuno emette lo squittio di un topo in trappola, qualcuno applaude estasiato. E nello stesso giorno se ne va un grande uomo, un vero artista. Claudio Abbado. Un dispensatore generoso ed elegante di bellezza e di talento scompare accompagnato dalla musica che ha amato e che ha insegnato ad amare a molti. Insensatezze della vita. I due piccoli uomini politici, il doppiopetto per eccellenza e il ragazzo in maniche di camicia, mi ricordano il servo stolto della parabola dei talenti, il servo che non riceverà l'immortalità; l'altro, il maestro Abbado mi ricorda i servi saggi che mettono a profitto i talenti ricevuti. Sono certa, purtroppo, che in molti continueranno a parlare dei primi due sulla carta stampata, nelle televisioni, nei bar, nelle strade e nelle piazze. Mi conforta il pensiero che del maestro Abbado si parlerà di meno. Si parlerà sottovoce forse, si parlerà in qualche articolo o trasmissione per pochi; si parlerà con la stessa discrezione e lo stesso stile con i quali ha sempre vissuto la sua straordinaria storia di arte. Si parlerà sempre di lui nei teatri lirici, quando la musica risuonerà eterna e forte, quando il gesto delle mani la condurrà a noi, per regalarci ancora e ancora gioia, emozione, pura bellezza.
giovedì 16 gennaio 2014
Il cuore è precipitato..
Ci sono giorni in cui la vita
si rovescia su di te. Come un uragano essa
si abbatte su di te, ti sradica dalle tue abitudini, dalle tue stanze
d’ombra e di luce, dal tuo stesso corpo. Straniata da ogni cosa, cerchi di
aggrapparti alla mano che ti si offre, ma è distante e precipiti nel vuoto.
Precipitare dentro se stessi, senza paracadute, una caduta libera e violenta
del cuore, delle viscere. Del cervello. Il dolore è sordo, non dà remissione.
Non esiste un analgesico e cerchi di non dargli retta, raccattando le parti del
tuo essere, i suoi pezzi infranti. E ti metti
all’opera, come un restauratore di antichi reperti, tentando di ridare forma e
senso a te stessa, incolli come puoi quei pezzi, sapendo che piccole crepe
resteranno sempre visibili. Ti chiedi perché e un perché non c’è. Non c’è mai
un perché al dolore e alla sconfitta. Se ne stanno ben rannicchiati nelle
pieghe del tempo, ti seguono da vicino come invisibili angeli, ti circuiscono
con menzogne d’una calma rasserenante che non è calma, solo il preludio della
fine. E mentre ti rialzi e ti ricomponi in gesti e fattezze umane, mentre
riprendi a camminare con i passi esitanti di un bambino, mentre vai a sfiorare
quella mano che avresti voluto tenere sempre salda nella tua, sai che nulla
sarà più come prima. Il cuore è precipitato, il cuore si è schiantato; la mente
è preda di assilli senza volto, oscuri nembi la ricoprono, l’eco di parole
dette è venata dalla follia. Parlare d’amore, non c’è più tempo. Rimane una
sorda furia che batte nelle vene. No, non sarà nulla più come prima.
foto di Lois Greenfield,
dal diario di Adele (L'assente)
lunedì 13 gennaio 2014
La pienezza della vita.
Mi sento soffocare, ho la gola chiusa e non è la doverosa, annuale influenza. Mi sento soffocare da questa realtà che mi condanna a una non voluta reclusione. Sono in perenne crisi d'aria, vivo in apnea. Sotto un cielo basso e vischioso, un cielo d'inverno cattivo, mi sono condannata a un'esistenza da esiliata, mi sono data l'ostracismo da me. Non ho nessuna voglia o curiosità di incontrare gente, di lasciarmi avvicinare da chicchessia: basto a me stessa. Un'uggia feroce mi assale verso tutto e tutti, a malapena riesco a tenermi al corrente delle novità (novità?quotidianità ripetitiva!) che giornali, web e tv emettono con sincronico stillicidio, quasi fossero dei rubinetti spanati. Sempre le stesse notizie, sempre le stesse facce furbesche, da avvizziti personaggi della Commedia dell'Arte; sempre gli stessi Pulcinella e Arlecchino, Balanzone e Stenterello con le vistose Rosaura e Colombina a coronare il quadro, senza aggiungervi però né la grazia, né la perizia di quelle autentiche damigelle. Che smania di dissolvenza mi prende, non della mia, ma di quella loro. Dissolti, sparpagliati come granelli di sabbia, infinitesimali punti nello spazio.
Mi consolo ascoltando De Andrè, mi conforta la sua voce di tabacco calda che parla di amori perduti e ciechi, di donne dalla bocca di rosa e di impiccati e di Piero e di Carlo Martello. Mi riporta indietro, Fabrizio, ad altri tempi, tempi di disperati sogni e di furioso sentire; ma ero viva, ero piena. Come una madre che ha un figlio in grembo e se lo serba con geloso amore. E mi strugge non scorgere quella mia giovanile pienezza nei ragazzi di oggi. Non gli abbiamo scippato solo posti di lavoro, non gli abbiamo scippato il futuro, non solo questo. Gli abbiamo scippato, ladri vampiri, la pienezza dell'esistenza, il gusto esaltante ed esaltato della vita. L'altra sera lo psichiatra Vittorino Andreoli esortava i giovani a essere eretici e Beppe Severgnini, politically correct man, aggiungeva preoccupato, sì eretici, ma non folli, per carità, non fate follie! E Andreoli ribatteva, "certo, gli eretici passano alla storia. I folli no"
Non so, non ne sono del tutto convinta. Forse oggi bisognerebbe essere eretici e folli insieme. Ma, più probabilmente, è già troppo tardi per esserlo.
Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne 1918
Mi consolo ascoltando De Andrè, mi conforta la sua voce di tabacco calda che parla di amori perduti e ciechi, di donne dalla bocca di rosa e di impiccati e di Piero e di Carlo Martello. Mi riporta indietro, Fabrizio, ad altri tempi, tempi di disperati sogni e di furioso sentire; ma ero viva, ero piena. Come una madre che ha un figlio in grembo e se lo serba con geloso amore. E mi strugge non scorgere quella mia giovanile pienezza nei ragazzi di oggi. Non gli abbiamo scippato solo posti di lavoro, non gli abbiamo scippato il futuro, non solo questo. Gli abbiamo scippato, ladri vampiri, la pienezza dell'esistenza, il gusto esaltante ed esaltato della vita. L'altra sera lo psichiatra Vittorino Andreoli esortava i giovani a essere eretici e Beppe Severgnini, politically correct man, aggiungeva preoccupato, sì eretici, ma non folli, per carità, non fate follie! E Andreoli ribatteva, "certo, gli eretici passano alla storia. I folli no"
Non so, non ne sono del tutto convinta. Forse oggi bisognerebbe essere eretici e folli insieme. Ma, più probabilmente, è già troppo tardi per esserlo.
Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne 1918
mercoledì 8 gennaio 2014
Non più.
Non è facile iniziare un nuovo anno, non è facile per chi, come me, ha vissuto quello che è ormai solo un elenco di giorni e di date, come un anno non fausto. Non oso dire infausto ( per i nostri padri latini aveva un'accezione davvero infausta, il termine); intendo solamente dire, non gioioso, non portatore di bene, di allegria, di leggerezza. Un anno pesante, segnato da complicati meccanismi politici e sociali, da uno sfacelo economico che parrebbe essersi allontanato. se la dea Fortuna o meglio ancora la finanza e le banche mondiali e i vari Moody's e Standard &Poor's e affini propagatori di moderne pestilenze e altrettante paure, ci daranno un po' di tregua. Un anno confuso, caoticamente ricco di parole, mai se ne sono ascoltate tante e quasi tutte a vanvera, da parte della classe politica. Un anno di perdita, in fin dei conti, di assenza: del lavoro che è la fata Morgana dei nostri ragazzi e non solo; della politica, quella che dovrebbe esserci d'aiuto, quella che vorremmo vedere ben trattata e che vorremmo ritornare ad amare; della progettualità, legata a filo doppio alla speranza; perdita di progettualità che ha spedito all'estero molti giovani, come fossero pacchi postali senza recapito; della semplice voglia di condividere, se non la collera e l'indignazione. Parole queste abusate, è vero. E ne faremmo volentieri a meno, vorremmo adoperarne altre di parole.Non più assenza, perdita, rabbia, sdegno. Non più. Non più vergogna per i morti nel nostro mare e per i loro compagni sopravvissuti e trattati come bestie da spidocchiare; non più i morti per le piogge autunnali o i terremoti perché si è costruito male e dappertutto; non più sentirsi umiliati perché il nostro Paese è uno di quelli in cui si legge di meno e dove la cultura piglia sberle in faccia dai soliti cafoni; non più sapere che da noi la donna è ancora troppo spesso vittima di abusi e violenze e a molti appare come un'ovvietà; non più la visione di chi soffre di mali incurabili ed è costretto a lasciarsi morire per protesta, perché senza la morte nessuno ti presta orecchio; non più code alla Caritas di anziani che non hanno altro se non il proprio nome e il proprio passato; non più ai nostri Musei chiusi perché non ci sono i fondi per tenerli aperti o alle Chiese e agli edifici storici in rovina, alla Reggia di Caserta e a Pompei che tutti vorrebbero e che noi possediamo e ce ne infischiamo. Non più alla corruzione, basta con il rubare, basta con le frodi, le evasioni, i raggiri, le sconcezze di amministratori e politici. Ho di sicuro dimenticato qualche "non più", avrei dovuto ricordare lo strapotere delle associazioni mafiose, ma già se venissero attuati quei non più che ho citato, le mafie prenderebbero una solenne bastonatura, una di quelle batoste da non dimenticare. E dipende da noi tutti che tutto ciò avvenga, lo Stato siamo noi, c'è poco da fare, scriveva bene Piero Calamandrei. Piaccia o non piaccia, lo Stato siamo noi e non un fantomatico e anacronistico Re Sole. E siamo anche la Storia; facciamola diventare nostra, impossessiamoci di essa, rendiamola fertile, fecondiamola con le nostre vite, il nostro sapere, le nostre speranze, la nostra volontà. La Storia siamo noi, proprio come canta De Gregori. Ma credo di averlo gà menzionato un anno fa, come vedete, nulla è mutato.
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