Nel corso della vita si commettono molti errori di valutazione. Dei fatti e delle persone. Ci si dibatte in un incessante annaspare alla ricerca di una verità, ben sapendo che non potrà mai essere quell'assoluta nitidezza di pensiero alla quale aspireremmo. Sarà, alla fine, la nostra verità. Sarà il ritratto a mezzobusto delle persone, lo scorcio di un evento, il flash di un incontro a metà strada.
Ci si accorge di avere sbagliato quasi sempre troppo tardi, quando l'impulso illogico e l'istinto di conservazione hanno preso il sopravvento sul placido e sereno giudizio. Non si è mai abbastanza adulti da riuscire a sotterrare del tutto la conturbante, attraente e fallace impetuosità della giovinezza. Ne so qualcosa, in questi giorni di riflessiva solitudine parzialmente e lietamente interrotta da una telefonata con una donna che ha il mio medesimo sentimento della vita e delle persone. Sentimento che mi trascina, spesso, in un gorgo di dubbi e di malinconici rimpianti. Ma in egual modo anche mi sprona alla cernita, al vaglio di quello che cerco e desidero nell'amicizia (come anche nell'amore, in fondo).
E quello che vorrei, anzi pretendo, nell'amicizia è la spontaneità dei gesti, delle parole, degli intenti. Ripuliti d'ogni traccia di gelosie, piccole invidie, diffidenze, permaloso puntiglio, stupide rivalse. Tutti stereotipi vecchi come il cucco nei rapporti umani, nefasti all'amicizia perché la deriva e lo sconfinamento nella palude infetta dell'ipocrisia sono a due passi. Mi viene da definire queste amicizie, taroccate e inquinate, come borderline, pronte a sfidare il precipizio e a giacervi.
Abbiamo esordito io e questa bella, buona amica, con il confidarci le recenti reciproche delusioni. Forse ci aspettiamo dagli altri quello che non è una ricchezza per loro, forse ci aspettavamo l'arricchimento di una scoperta e invece abbiamo ottenuto la polvere di un giacimento esaurito. Abbiamo parlato a lungo, con leggerezza, prendendoci un po' in giro per le nostre piccole manie e fobie, ridendo tanto e con gusto, quel gusto tondo, succoso, fecondo che è del ridere delle stesse cose.
E quando abbiamo chiuso, il peso dei miei giudizi affrettati m'è crollato addosso. Tutto è relativo, tutto è marginale.
Ammetto di avere sbagliato, nei giorni appena trascorsi, nel giudicare chi m'era inviso - e solo momentaneamente - per la puerilità di una frase, di un commento, di un post su Facebook, senza ascoltare le molteplici ragioni del cuore e del cervello. Che dopo - appunto - mi hanno ricordato la sincerità (quanto fastidio può procurarci, vero?) l'attaccamento caparbio e onesto ai propri valori (che è anche il mio), la bizzarra sensibilità e la inaspettata, repentina gentilezza, concrete e tangibili. Chiaroscuri, ombre e luci che ci connotano come esseri umani. E migliori di coloro che pretendono d'essere a tutto tondo, rigorosamente impettitii e zelanti, sorridenti e gravi, senza un filo d'autoironia, senza possedere la bellezza - e la forza - del dubbio.
Michelangelo Merisi " Il bacio di Giuda " 1602
giovedì 30 agosto 2018
domenica 19 agosto 2018
Sospesa
Irrazionali, senza risposte sono i sogni. Ancora più le immagini notturne che definiamo incubi, quelle che prendono corpo nelle veglie alterne ai brevi sonni accaldati dell'estate. E anche la realtà si trascolora, si muta, diventa un incubo dal quale non v'è risveglio.
Sospesa
Sospesa
accanto a voi
torco le
caviglie sulle pietre
e vi corro
dietro
mille faville s’alzano in
volo
un muro di fuoco spento
Là al fondo
del tempo fermato
c’è il mare
che nessuno
vedrà ribollire
di vita asciugato
Perché
piovono sassi dal cielo
e lacrime d’acqua
nel lavacro di fango.
Neri corvi
frullano e s’abbattono
e ghermiscono
S’afferrano
e strappano
laboriosamente
assidui
ferocemente becchini
delle sepolture.
Calerà la
sera, calerà
la silenziosa ombra
Resterà un
frullare d’ali scomposto
Là in fondo
ci sarà il mare
del nostro ferragosto.
Sospesa vi
inseguo ancora
e voi parlate
I sassi
rotolano sotto i piedi scalzi
Vi chiamo
ancora
e poi non c’è altro.
John Everett Millais. "Ophelia" 1851 - 52
venerdì 10 agosto 2018
Verso una luce nuova.
Vorremmo riprenderlo quel tempo. Vorremmo riacciuffare tutto lo smarrimento doloroso delle assenze, rotolare con quello, affacciarci alla soglia del passato e salutare chi non c'è. Vorremmo riprendere la vita nelle mani, stringerla forte perché non sfugga.
I miei sogni si svolgono quasi sempre in cielo: di notte, blu e luci sotto e sfreccianti saette accanto. Sogno di essere appesa al cielo assieme agli amori miei, le mie donne, i miei ragazzi, sospinti dal vento lungo un filo che non è invisibile, è una treccia lucente bianca. Chagall non mi ha influenzata, mi sono trovata io nei suoi colori. Ero un'adolescente e dormivo nel cielo di notte e ho continuato a farlo. Ecco perché le stelle cadenti di queste notti non sono una novità, le conosco tutte, da molto.
Però ogni anno ne voglio una, di stella, e non arriva mai.
Voglio una stella tutta mia, voglio la mia stella. Che sia buona con le persone che amo; che sia gentile con chi soffre; che sia generosa con chi ha bisogno. Voglio una stella che pulisca il cielo con il suo chiarore d'innocente bellezza, che illumini l'oscurità di chi non riesce a vedere.
Questa notte voglio una stella da regalare.
Poi mi perderò dentro alle onde scure, prive d'ogni suono, senza vibrazioni.
Non importa, è tempo di volare via verso una luce nuova.
I miei sogni si svolgono quasi sempre in cielo: di notte, blu e luci sotto e sfreccianti saette accanto. Sogno di essere appesa al cielo assieme agli amori miei, le mie donne, i miei ragazzi, sospinti dal vento lungo un filo che non è invisibile, è una treccia lucente bianca. Chagall non mi ha influenzata, mi sono trovata io nei suoi colori. Ero un'adolescente e dormivo nel cielo di notte e ho continuato a farlo. Ecco perché le stelle cadenti di queste notti non sono una novità, le conosco tutte, da molto.
Però ogni anno ne voglio una, di stella, e non arriva mai.
Voglio una stella tutta mia, voglio la mia stella. Che sia buona con le persone che amo; che sia gentile con chi soffre; che sia generosa con chi ha bisogno. Voglio una stella che pulisca il cielo con il suo chiarore d'innocente bellezza, che illumini l'oscurità di chi non riesce a vedere.
Questa notte voglio una stella da regalare.
Poi mi perderò dentro alle onde scure, prive d'ogni suono, senza vibrazioni.
Non importa, è tempo di volare via verso una luce nuova.
mercoledì 1 agosto 2018
Me molesta..
Qualche giorno addietro ho detto a un'amica che sentivo la necessità di scrivere , lo faccio di frequente, parlo tra me et moi, parlo a chi ha piacere e cura di prestarmi la propria attenzione.
Sono giorni di fastidiosi , nauseabondi incontri, l'atmosfera è tutta satura di velenose scorie, una poltiglia purulenta di afa e di tossiche parole a stillicidio e a raffica di mitraglia, su queste pagine infette, sui media. La tossina è, come spesso accade, quella rilasciata dall'infestante erba dell'ipocrisia. A tutti i livelli, in tutte le bocche o quasi. C'è la volontà malefica e imperversante di negare l'evidente declino della civiltà fin qui, faticosamente e non del tutto compiutamente, acquisita. Negare che in questo Paese, in questo momento storico sciaguratissimo, vi siano segnali allarmanti di xenofobia, è roba da pornografi che si battono il petto in confessione, di mercanti che fanno la cresta a clienti e allo Stato e piagnucolano al Tempio. Menzogne alle quali i più aderiscono con complice esaltazione pur sapendo che il vero sta altrove. Io leggo e ascolto e il fastidio mi cresce dentro, mi brulica addosso, tanto da non riuscire a essere la donna spontaneamente ironica che sono sempre stata. Il fastidio cresce, aumenta, dilaga dentro di me, mi annienta. E così si acuiscono le intuizioni, si decuplicano le antenne sensitive e mi allontano quando la molestia diventa intollerabile.
C'è un aspetto, in particolare, in tutto questo movimento di pensieri e parole che mi disgusta ulteriormente ed è l'atteggiamento tenuto nei confronti dell'attualità da alcune " perle" del web. In particolare da quelli/e che si definiscono o vengono acclamati quali poeti. E magari, chissà, lo sono. Ma il loro dialogare, sovente quotidiano! per versi e per palpiti asetticamente roseo, è rivolto all'estremizzazione dell'io, anche se appunto palpitante d'amore e di bellezza e di platonici oppure carnalissimi slanci. In passato, talvolta, sono calati dall'Empireo amoroso giù, ad aggirarsi negli angiporti dei miserabili, ma era sincera commozione? Era partecipazione del cuore e dell'anima? Perché chi scrive e in special modo, chi ha un seguito di fan, di estimatori, di adoratori ben cospicuo, dovrebbe avvertire l'imperativo morale di levare la propria voce, di parlare, di gridare il proprio sdegno. Forse non è facile, forse si dispiacerebbe a qualcuno, forse gli adoratori vogliono esattamente quello che leggono, non altro, non in quelle pagine, non da quella voce vogliono altre parole. Peccato. A mio avviso ( mi sbaglierò, sì) la loro credibilità sbiadisce, s'accuccia scodinzolante e fedele alle attese.
Io no, io leggo le parole dello sdegno e della pietà; altro, oggi, mi annoia. O, come si dice in un idioma che mi è sempre più caro, me molesta.
Frida Khalo "Diegp nella mia mente" 1943
Sono giorni di fastidiosi , nauseabondi incontri, l'atmosfera è tutta satura di velenose scorie, una poltiglia purulenta di afa e di tossiche parole a stillicidio e a raffica di mitraglia, su queste pagine infette, sui media. La tossina è, come spesso accade, quella rilasciata dall'infestante erba dell'ipocrisia. A tutti i livelli, in tutte le bocche o quasi. C'è la volontà malefica e imperversante di negare l'evidente declino della civiltà fin qui, faticosamente e non del tutto compiutamente, acquisita. Negare che in questo Paese, in questo momento storico sciaguratissimo, vi siano segnali allarmanti di xenofobia, è roba da pornografi che si battono il petto in confessione, di mercanti che fanno la cresta a clienti e allo Stato e piagnucolano al Tempio. Menzogne alle quali i più aderiscono con complice esaltazione pur sapendo che il vero sta altrove. Io leggo e ascolto e il fastidio mi cresce dentro, mi brulica addosso, tanto da non riuscire a essere la donna spontaneamente ironica che sono sempre stata. Il fastidio cresce, aumenta, dilaga dentro di me, mi annienta. E così si acuiscono le intuizioni, si decuplicano le antenne sensitive e mi allontano quando la molestia diventa intollerabile.
C'è un aspetto, in particolare, in tutto questo movimento di pensieri e parole che mi disgusta ulteriormente ed è l'atteggiamento tenuto nei confronti dell'attualità da alcune " perle" del web. In particolare da quelli/e che si definiscono o vengono acclamati quali poeti. E magari, chissà, lo sono. Ma il loro dialogare, sovente quotidiano! per versi e per palpiti asetticamente roseo, è rivolto all'estremizzazione dell'io, anche se appunto palpitante d'amore e di bellezza e di platonici oppure carnalissimi slanci. In passato, talvolta, sono calati dall'Empireo amoroso giù, ad aggirarsi negli angiporti dei miserabili, ma era sincera commozione? Era partecipazione del cuore e dell'anima? Perché chi scrive e in special modo, chi ha un seguito di fan, di estimatori, di adoratori ben cospicuo, dovrebbe avvertire l'imperativo morale di levare la propria voce, di parlare, di gridare il proprio sdegno. Forse non è facile, forse si dispiacerebbe a qualcuno, forse gli adoratori vogliono esattamente quello che leggono, non altro, non in quelle pagine, non da quella voce vogliono altre parole. Peccato. A mio avviso ( mi sbaglierò, sì) la loro credibilità sbiadisce, s'accuccia scodinzolante e fedele alle attese.
Io no, io leggo le parole dello sdegno e della pietà; altro, oggi, mi annoia. O, come si dice in un idioma che mi è sempre più caro, me molesta.
Frida Khalo "Diegp nella mia mente" 1943
venerdì 6 luglio 2018
Ma anche io.
Avevo scelto. Avevo scelto di tenere per me le parole che mi erano divenute urgenti ed ero orgogliosa della mia scelta. Poi, oggi, mi arrivano altre parole. Di chi si dice tenace, di chi rivendica il proprio giudizio critico senza tempeste emotive, senza tiri al bersaglio. Con civile obbedienza al proprio ruolo di intellettuale, di nocchiero delle altrui opinioni. E dietro uno spontaneo coro di assensi. Anche il mio. Perché ognuno è in diritto di esprimersi come vuole, perché ognuno è libero di mettersi come gli piace nei confronti del mondo e della società e quindi dei fatti, assumendo la posizione che più gli viene comoda.
Ma anche io, a maggior ragione io che non sposto niente, nessun pensiero, nessuna riflessione. Se non le mie, se non le mie ragioni che appartengono solo al mio cuore.
Ma anche io, a maggior ragione io che non sposto niente, nessun pensiero, nessuna riflessione. Se non le mie, se non le mie ragioni che appartengono solo al mio cuore.
Per vivere
ci vuole molto poco
si deve
tirare il respiro
gonfiare i
polmoni d’aria
Per
camminare senza squarciarsi
i piedi macinati
scarpe ci
vogliono, scarpe
anche di
tela e gomma
Per allontanare
il sole a picco
basterà un
cappello
di cotone,
di paglia
con la
visiera se si è ragazzi
che amano lo
sport
Se si ha
sete ci vuole l’acqua
la birra e
il vino e le altre
bevande
rinfrescanti
sono un
capriccio
di cui
possiamo fare a meno
Se c’è fame
basterà del pane
il riso e il
latte per i più piccoli
le proteine
verranno dopo
se ci sarà
fortuna
se ci sarà
un dopo
avremo anche
la frutta della terra.
E per
dormire?
Ci vorrebbe
un tetto
una capanna, un letto
di erba o di
piume
non importa
purché la schiena
si stenda
tutta e ci sia il riposo.
Il lavoro
dei campi delle zolle
rivoltate
con le mani
non spaventa
la luna
sorge enorme e
mette fine
alla fatica-
Sta in
quelle baracche la paura
Sta nel
grido di dolore
delle nostre
donne
Sta negli
occhi chiusi dell’aguzzino.
In fondo poi
c’è il mare.
che è felice
madre
per chi è
forte e sa nuotare-
Scintilla e
brulica di ombre
sopra e
sotto
e siamo ora
stretti
abbracciando
la fune che ci lega
“Il viaggio
è lungo” ci dice qualcuno
e la terra
invece è di fronte
e si respira
l’odore della morte.
Un’onda
grande, un flusso bianco
nelle orbite
aperte sbarrate
a guardare
un’ultima volta
quell’infinito
azzurro.
Vittorio Matteo Corcos "Sogni" 1896 ca.
sabato 30 giugno 2018
Il gioco perfetto.
Sarebbe molto più conveniente fingere. Basterebbe stornare lo sguardo, azzerare l'udito, serrare la bocca. Insomma il gioco vecchio delle tre scimmie che, da piccola, mi impaurivano, quasi un presentimento del loro significato. Non ci riesco, non fa per me quel gioco.
Tutto questo cigolare di mandibole in esplosioni di parole e di sorrisi schiacciati sulla faccia dei politici europei è rivoltante, di un'ipocrisia sbandierata sulle nostre teste di gregari senza possibilità di appello. I popoli, le genti, gli elettori servono al consenso, rappresentano lo stigma del potere. E non se ne accorgono neanche, non più, partecipando, chi ansiosamente, chi furiosamente alla furfantesca pretesa di chi governa. La furfantesca pretesa di fare il bene dei propri cittadini che chi tiene il timone ha pasciuto d'odio, alimentando, foraggiandone le angosce, i dubbi, le deluse aspettative. Certo, il popolo non è innocente, no. Il popolo non ha giustificazioni - non vi sono giustificazioni alla morte della pietà collettiva, del senso dell'umano - il popolo s'è scelto chi lo rappresenta, quello che ne sa titillare, mai così bene - se torno al passato, a ottant'anni fa e anche prima, vedo solo l'orrore di una nazione smarrita e schiacciata da scelte terribili e non voglio, non posso immaginarne un remake - gli istinti, le paure, le tensioni.
Con sofferenza prendo atto che l'Europa sbanda, tentenna disorientata. Con sofferenza prendo atto che non esistono parole misericordiose, né soprattutto gesti di misericordia e siamo tutti cristiani. Con sofferenza mi accorgo che anche ai bambini è negato l'amorevolezza di un segno. Allora tutto s'è risolto, tutto è concluso. Anche il nostro essere umani e sì adesso possiamo giocare alle tre scimmiette, è il gioco perfetto per noi.
David Teniers il Giovane (1610-1690) "Il banchetto delle scimmie"
Tutto questo cigolare di mandibole in esplosioni di parole e di sorrisi schiacciati sulla faccia dei politici europei è rivoltante, di un'ipocrisia sbandierata sulle nostre teste di gregari senza possibilità di appello. I popoli, le genti, gli elettori servono al consenso, rappresentano lo stigma del potere. E non se ne accorgono neanche, non più, partecipando, chi ansiosamente, chi furiosamente alla furfantesca pretesa di chi governa. La furfantesca pretesa di fare il bene dei propri cittadini che chi tiene il timone ha pasciuto d'odio, alimentando, foraggiandone le angosce, i dubbi, le deluse aspettative. Certo, il popolo non è innocente, no. Il popolo non ha giustificazioni - non vi sono giustificazioni alla morte della pietà collettiva, del senso dell'umano - il popolo s'è scelto chi lo rappresenta, quello che ne sa titillare, mai così bene - se torno al passato, a ottant'anni fa e anche prima, vedo solo l'orrore di una nazione smarrita e schiacciata da scelte terribili e non voglio, non posso immaginarne un remake - gli istinti, le paure, le tensioni.
Con sofferenza prendo atto che l'Europa sbanda, tentenna disorientata. Con sofferenza prendo atto che non esistono parole misericordiose, né soprattutto gesti di misericordia e siamo tutti cristiani. Con sofferenza mi accorgo che anche ai bambini è negato l'amorevolezza di un segno. Allora tutto s'è risolto, tutto è concluso. Anche il nostro essere umani e sì adesso possiamo giocare alle tre scimmiette, è il gioco perfetto per noi.
David Teniers il Giovane (1610-1690) "Il banchetto delle scimmie"
venerdì 22 giugno 2018
Quel deserto sabbioso dentro di me.
Ho qualche difficoltà nell'affrontare questo rovello, questo mulinello di stoppie che rotola dentro di me. E sì in certi giorni avverto un deserto in me e fuori di me, una sterminata landa sabbiosa percorsa e percossa dal vento che strappa sussulti agli scarni cespugli che tentano di resistergli. Mi accorgo con sbalordimento di non capire più niente o pochissimo delle persone, di non riuscire più a giustificarne gli atteggiamenti, le parole. Un sottile minaccioso male mi insidia, insidia la mia consuetudine a perdonare, a scoprire, tra la gramigna, anche la buona erba. Mi è stato sempre istintivo questo modo di pormi con gli altri. Poi è scattato qualcosa. E so di cosa si tratta, ma per cautelare altri non posso dire di più.So che, però, qualcosa si è spezzato, e per sempre. Non guarderò mai più con fiducia agli altri, non gliela darò più come un dono senza attese. Chi commette il male, chi commette ingiustizie - a maggior ragione se chi si macchia di ingiustizia è chi detiene un potere - non merita nessun perdono, né una pur minima parvenza di comprensione. Solo disprezzo.
Questo mio nuovo sentire che mi rende profondamente triste e inquieta, anche se rabbiosamente triste e inquieta, si decuplica e si alimenta al desco ben imbandito dei social: le ultime pietanza servite sono troppo appetitose. L'ormai annosa questione - perché non è di ieri o dell'altro ieri - dei migranti, si rimpingua quotidianamente di comunicati e proclami nazionali e internazionali a cui si aggiunge il codazzo dei facinorosi commentatori del web, in grandissima parte schierati con il pensiero dominante che detiene il potere politico. E a rimpolpare il menù, l'altra questione, meno annosa - ma anch'essa mica si scherza! comincia ad avere una certa età - è quella di Saviano.
Scorta sì o scorta no. Chi legge i miei modesti post, i miei umili pensieri in proposito, conosce bene le mie posizioni, da sempre. Io sto con il diritto alla vita, in tutti e due i casi, in tutte e due le questioni. E sono aperta alla discussione, al confronto, alla necessità anche di ricercare delle soluzioni che possano essere accettate da tutti senza però che ci siano martiri o vittime. Imprescindibile il diritto alla vita, per chiunque, a una vita che non sia privazione di qualsiasi libertà giusta e umana.
Ma non è così che ci si rapporta nei social, no. In questi, ormai annosi anch'essi, campi di battaglia, si assiste a una recidivante volontà di sopprimere l'altro, il nemico. Così c'è chi si insinua e offende apertamente; chi si insinua ed è insinuante nel voler convincere dell'inconvincibile; chi urla su fondi policromi e minaccia. Un florilegio di eleganza e di soavità a cui è quasi impossibile sottrarsi: la pazienza se n'è andata, è fuggita via assieme alla civiltà e all'umanità.
C'è ancora qualcuno, a dire il vero, che se ne sta impietrito, arroccato alle sue certezze e lo invidio, come se la storia gli scivolasse addosso, come se non gli toccasse di vivere in questa società: e resiste serafico e smarrito nelle pagine di un qualche bel libro.
Ci sono poi quelli che si allineano, ma piano piano. Pianissimo, cercano di non fare rumore, se potessero si farebbero sottili come capelli d'angelo o si appiattirebbero nell'ombra, sempre più allineati, come tante stupite Pantere Rosa. In agguato, pronte poi al momento giusto a venire fuori dalle truppe.
Ma quelli (quella?) che davvero mi divertono - e lo dico sul serio e scusate il gioco di parole - sono i "saltellanti" ovverosia coloro che, con grazia sbarazzina, saltano da un post pro a un altro contro, commentando in calce sempre col tono pertinente al post. Insomma è sempre utile dare un colpetto al cerchio e uno, magari più forte, alla botte.
E io rimango di stucco, mi incavolo, rido, ridacchio, mi intristisco, posto fiori ogni tanto, parlo di giorni normali, di cose che accadono a tutti noi. Per non sentire, per non ascoltare, per non leggere. E intanto cresce quel deserto, prende sempre più spazio e il vento soffia impetuoso e caldo dentro di me.
Questo mio nuovo sentire che mi rende profondamente triste e inquieta, anche se rabbiosamente triste e inquieta, si decuplica e si alimenta al desco ben imbandito dei social: le ultime pietanza servite sono troppo appetitose. L'ormai annosa questione - perché non è di ieri o dell'altro ieri - dei migranti, si rimpingua quotidianamente di comunicati e proclami nazionali e internazionali a cui si aggiunge il codazzo dei facinorosi commentatori del web, in grandissima parte schierati con il pensiero dominante che detiene il potere politico. E a rimpolpare il menù, l'altra questione, meno annosa - ma anch'essa mica si scherza! comincia ad avere una certa età - è quella di Saviano.
Scorta sì o scorta no. Chi legge i miei modesti post, i miei umili pensieri in proposito, conosce bene le mie posizioni, da sempre. Io sto con il diritto alla vita, in tutti e due i casi, in tutte e due le questioni. E sono aperta alla discussione, al confronto, alla necessità anche di ricercare delle soluzioni che possano essere accettate da tutti senza però che ci siano martiri o vittime. Imprescindibile il diritto alla vita, per chiunque, a una vita che non sia privazione di qualsiasi libertà giusta e umana.
Ma non è così che ci si rapporta nei social, no. In questi, ormai annosi anch'essi, campi di battaglia, si assiste a una recidivante volontà di sopprimere l'altro, il nemico. Così c'è chi si insinua e offende apertamente; chi si insinua ed è insinuante nel voler convincere dell'inconvincibile; chi urla su fondi policromi e minaccia. Un florilegio di eleganza e di soavità a cui è quasi impossibile sottrarsi: la pazienza se n'è andata, è fuggita via assieme alla civiltà e all'umanità.
C'è ancora qualcuno, a dire il vero, che se ne sta impietrito, arroccato alle sue certezze e lo invidio, come se la storia gli scivolasse addosso, come se non gli toccasse di vivere in questa società: e resiste serafico e smarrito nelle pagine di un qualche bel libro.
Ci sono poi quelli che si allineano, ma piano piano. Pianissimo, cercano di non fare rumore, se potessero si farebbero sottili come capelli d'angelo o si appiattirebbero nell'ombra, sempre più allineati, come tante stupite Pantere Rosa. In agguato, pronte poi al momento giusto a venire fuori dalle truppe.
Ma quelli (quella?) che davvero mi divertono - e lo dico sul serio e scusate il gioco di parole - sono i "saltellanti" ovverosia coloro che, con grazia sbarazzina, saltano da un post pro a un altro contro, commentando in calce sempre col tono pertinente al post. Insomma è sempre utile dare un colpetto al cerchio e uno, magari più forte, alla botte.
E io rimango di stucco, mi incavolo, rido, ridacchio, mi intristisco, posto fiori ogni tanto, parlo di giorni normali, di cose che accadono a tutti noi. Per non sentire, per non ascoltare, per non leggere. E intanto cresce quel deserto, prende sempre più spazio e il vento soffia impetuoso e caldo dentro di me.
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