Stupefacente la nequizia di alcune persone, il dissolvimento d'ogni forma di concetto etico, di coscienza di sé e della realtà che gravita intorno a loro. Eppure sono "personaggi" hanno ruoli preminenti, preponderano nella società, hanno titoli e carriere di cui menare vanto. Ma quale vanteria, se non quella di una ambizione deflagrante e viziata dalle cortigianerie ricorrenti?
A maggior ragione, queste persone diguazzano liberamente, in totale arbitrio, nelle stagnanti cloache delle città di provincia. Provinciali, al limitare del confine di uno Stato rotto, frammentario, confuso.
La città di provincia ne è l'habitat naturale, il terreno fecondo, il brodo di coltura primordiale. In essa agiscono a piacimento, protetti dentro al ventre ammorbato; nascosti e assimilati agli altri, pretendono il riconoscimento, l'onorevolezza di un potere ottenuto, fors'anche a denti stretti e pane amaro, ma sempre ottenebrante, conservatore dell'immagine che di sé hanno.
La città di provincia è un animale ferito a morte, corre alla decadenza, si disfa in sussulti di vitalità estrema, agonizza nelle periferie e nei vicoli del centro storico, si lorda delle sozzure straripanti sulla pietra dei marciapiedi, sozzumi di cittadini che non sanno di esserlo, furbescamente ignoranti, lesti all'indignata protesta e immobili e muti nello scempio quotidiano delle cartacce oleose di rosticceria, dei multicolorati pacchetti di sigarette, dell'infinito manto secco di cicche, delle medaglie di chewing gum offerte alle basole di lava, delle cacche dei cani non raccolte da padroni cani. E in mezzo le masse dei turisti ondeggiano, scorrono veloci, un occhio al barocco, un altro alle immondizie.
I caffè sono sempre pieni, i tavoli pullulano di volti e voci, richiami e risate, ci si conosce tutti. Seduti all'ora dell'aperitivo, li trovi lì, anche loro, i personaggi. Lecitamente dediti alla ricreazione d'un calice di vino contorno annesso, pronti al selfie amichevole, sorridente, da postare sull'iphone: se non fosse per quella vorace voglia di esserci, di mostrarsi, piccoli plenipotenziari della città dolente. Se non fosse che maneggiano il loro potere come una clava inerte, sorretta da una mano obliqua, da un arto che non controllano. Perché nulla c'è in loro, la coscienza evaporata assieme al vino rosso. Epperò sono consapevoli di esercitare un potere, malignamente e maldestramente esposto.
Fuggire allora? Abbandonare la città molle di antica assuefazione?
Sarebbe meglio. Nell'attesa di una scelta, continuare a non chinare la testa, a non piegare la schiena: nell'attesa il disprezzo e l'onestà di essere quello che si è sempre stati.
Eduard Costantini "Donne al bar"
sabato 29 settembre 2018
giovedì 20 settembre 2018
Il sale buono.
Silenzio e pensieri: un settembre come si conviene per tradizione e per aspirazione naturale. L'autunno è alle porte e il frastorno dell'estate, le notti inquiete, i ronzii e i cicalecci della casa e della coscienza si smorzano. Non resta che la pausa morbida, delle pacate riflessioni, fino all'accogliente freddo. Perché a me il caldo mi estingue e mi ripudia, il freddo mi accoglie ed è da sempre così.
Rifletto sulla situazione che viviamo tutti: in Europa o no, migranti sì, migranti niente, via dall' accoglierli (che bella avvolgente parola!), manovra economica che scappa dalle mani e dalle intenzioni. Parole, quante, promesse, quante. Paure e suggestioni. E concretezza di mosche che ronzano, ronzano.
Non mi avveleno di politica, resto alla finestra, guardo solo ai giovani, a quelli sempre, che se possono scappano e, se non possono, s'adeguano e aspettano.
Ma penso, ne ho tutto il tempo tra una bega personale che mi reca solo fastidio e noia e un'altra che poi si risolve e si ride, penso alle persone. Penso ai loro sorrisi e ai volti ispirati dalla buona creanza, da quello che passa, a detta del pubblico, per un bel carattere. Penso alle persone gentili, così gentili che questa loro garbatezza di modi e di aspetto e di gesti, si potrebbe affettare come uno squisito prosciutto montano: a mano e con un coltello affilato. Penso ai commenti che le loro labbra teneramente schiuse esalano e sono sempre commenti pertinenti a quello che ci si aspetta, a quello che si vuole da loro. Persone attentissime, non solo gentili, a dimostrare la loro gratitudine alle gratificazioni di un cenno, di un breve encomio, di una condiscendenza en passant. Persone di cuore, virtuale s'intende, che tanto non si spreca sangue vero nel pomparlo. Di cuor gentile dunque. Tranne quando, eh sì! tranne quando non gli si sfiora il nervo scoperto della vanità, dell'egocentrismo, della permalosa supponenza. Allora il cambiamento è repentino, Fregoli gli avrebbe fatto un baffo. La gentilezza si tramuta, si trasfigura col paludato abito della circospezione, la gentilezza delle parole trasuda del veleno dell'ipocrisia. Finalmente. Un tratto peculiare di queste persone è la totale assenza del senso dell'ironia, per non dire poi dell'autoironia: tipico esempio è il loro sentirsi sempre e comunque chiamati in causa, tirati dentro a un argomento. Come se tutto il circostante orbitasse intorno a loro, come se ne fossero il materno ombelico.
Ecco, rifletto e metto dubbi e rimpianti a tacere.
In fondo, in fondo l'ho sempre saputo: mai confidare nelle persone che non possiedono il sale buono dell'ironia, diffidarne sempre. Anche se gentilissime ti sorridono.
Federico Zandomeneghi, Femme au miroir, 1898
Rifletto sulla situazione che viviamo tutti: in Europa o no, migranti sì, migranti niente, via dall' accoglierli (che bella avvolgente parola!), manovra economica che scappa dalle mani e dalle intenzioni. Parole, quante, promesse, quante. Paure e suggestioni. E concretezza di mosche che ronzano, ronzano.
Non mi avveleno di politica, resto alla finestra, guardo solo ai giovani, a quelli sempre, che se possono scappano e, se non possono, s'adeguano e aspettano.
Ma penso, ne ho tutto il tempo tra una bega personale che mi reca solo fastidio e noia e un'altra che poi si risolve e si ride, penso alle persone. Penso ai loro sorrisi e ai volti ispirati dalla buona creanza, da quello che passa, a detta del pubblico, per un bel carattere. Penso alle persone gentili, così gentili che questa loro garbatezza di modi e di aspetto e di gesti, si potrebbe affettare come uno squisito prosciutto montano: a mano e con un coltello affilato. Penso ai commenti che le loro labbra teneramente schiuse esalano e sono sempre commenti pertinenti a quello che ci si aspetta, a quello che si vuole da loro. Persone attentissime, non solo gentili, a dimostrare la loro gratitudine alle gratificazioni di un cenno, di un breve encomio, di una condiscendenza en passant. Persone di cuore, virtuale s'intende, che tanto non si spreca sangue vero nel pomparlo. Di cuor gentile dunque. Tranne quando, eh sì! tranne quando non gli si sfiora il nervo scoperto della vanità, dell'egocentrismo, della permalosa supponenza. Allora il cambiamento è repentino, Fregoli gli avrebbe fatto un baffo. La gentilezza si tramuta, si trasfigura col paludato abito della circospezione, la gentilezza delle parole trasuda del veleno dell'ipocrisia. Finalmente. Un tratto peculiare di queste persone è la totale assenza del senso dell'ironia, per non dire poi dell'autoironia: tipico esempio è il loro sentirsi sempre e comunque chiamati in causa, tirati dentro a un argomento. Come se tutto il circostante orbitasse intorno a loro, come se ne fossero il materno ombelico.
Ecco, rifletto e metto dubbi e rimpianti a tacere.
In fondo, in fondo l'ho sempre saputo: mai confidare nelle persone che non possiedono il sale buono dell'ironia, diffidarne sempre. Anche se gentilissime ti sorridono.
Federico Zandomeneghi, Femme au miroir, 1898
giovedì 30 agosto 2018
La bellezza - e la forza - del chiaroscuro.
Nel corso della vita si commettono molti errori di valutazione. Dei fatti e delle persone. Ci si dibatte in un incessante annaspare alla ricerca di una verità, ben sapendo che non potrà mai essere quell'assoluta nitidezza di pensiero alla quale aspireremmo. Sarà, alla fine, la nostra verità. Sarà il ritratto a mezzobusto delle persone, lo scorcio di un evento, il flash di un incontro a metà strada.
Ci si accorge di avere sbagliato quasi sempre troppo tardi, quando l'impulso illogico e l'istinto di conservazione hanno preso il sopravvento sul placido e sereno giudizio. Non si è mai abbastanza adulti da riuscire a sotterrare del tutto la conturbante, attraente e fallace impetuosità della giovinezza. Ne so qualcosa, in questi giorni di riflessiva solitudine parzialmente e lietamente interrotta da una telefonata con una donna che ha il mio medesimo sentimento della vita e delle persone. Sentimento che mi trascina, spesso, in un gorgo di dubbi e di malinconici rimpianti. Ma in egual modo anche mi sprona alla cernita, al vaglio di quello che cerco e desidero nell'amicizia (come anche nell'amore, in fondo).
E quello che vorrei, anzi pretendo, nell'amicizia è la spontaneità dei gesti, delle parole, degli intenti. Ripuliti d'ogni traccia di gelosie, piccole invidie, diffidenze, permaloso puntiglio, stupide rivalse. Tutti stereotipi vecchi come il cucco nei rapporti umani, nefasti all'amicizia perché la deriva e lo sconfinamento nella palude infetta dell'ipocrisia sono a due passi. Mi viene da definire queste amicizie, taroccate e inquinate, come borderline, pronte a sfidare il precipizio e a giacervi.
Abbiamo esordito io e questa bella, buona amica, con il confidarci le recenti reciproche delusioni. Forse ci aspettiamo dagli altri quello che non è una ricchezza per loro, forse ci aspettavamo l'arricchimento di una scoperta e invece abbiamo ottenuto la polvere di un giacimento esaurito. Abbiamo parlato a lungo, con leggerezza, prendendoci un po' in giro per le nostre piccole manie e fobie, ridendo tanto e con gusto, quel gusto tondo, succoso, fecondo che è del ridere delle stesse cose.
E quando abbiamo chiuso, il peso dei miei giudizi affrettati m'è crollato addosso. Tutto è relativo, tutto è marginale.
Ammetto di avere sbagliato, nei giorni appena trascorsi, nel giudicare chi m'era inviso - e solo momentaneamente - per la puerilità di una frase, di un commento, di un post su Facebook, senza ascoltare le molteplici ragioni del cuore e del cervello. Che dopo - appunto - mi hanno ricordato la sincerità (quanto fastidio può procurarci, vero?) l'attaccamento caparbio e onesto ai propri valori (che è anche il mio), la bizzarra sensibilità e la inaspettata, repentina gentilezza, concrete e tangibili. Chiaroscuri, ombre e luci che ci connotano come esseri umani. E migliori di coloro che pretendono d'essere a tutto tondo, rigorosamente impettitii e zelanti, sorridenti e gravi, senza un filo d'autoironia, senza possedere la bellezza - e la forza - del dubbio.
Michelangelo Merisi " Il bacio di Giuda " 1602
Ci si accorge di avere sbagliato quasi sempre troppo tardi, quando l'impulso illogico e l'istinto di conservazione hanno preso il sopravvento sul placido e sereno giudizio. Non si è mai abbastanza adulti da riuscire a sotterrare del tutto la conturbante, attraente e fallace impetuosità della giovinezza. Ne so qualcosa, in questi giorni di riflessiva solitudine parzialmente e lietamente interrotta da una telefonata con una donna che ha il mio medesimo sentimento della vita e delle persone. Sentimento che mi trascina, spesso, in un gorgo di dubbi e di malinconici rimpianti. Ma in egual modo anche mi sprona alla cernita, al vaglio di quello che cerco e desidero nell'amicizia (come anche nell'amore, in fondo).
E quello che vorrei, anzi pretendo, nell'amicizia è la spontaneità dei gesti, delle parole, degli intenti. Ripuliti d'ogni traccia di gelosie, piccole invidie, diffidenze, permaloso puntiglio, stupide rivalse. Tutti stereotipi vecchi come il cucco nei rapporti umani, nefasti all'amicizia perché la deriva e lo sconfinamento nella palude infetta dell'ipocrisia sono a due passi. Mi viene da definire queste amicizie, taroccate e inquinate, come borderline, pronte a sfidare il precipizio e a giacervi.
Abbiamo esordito io e questa bella, buona amica, con il confidarci le recenti reciproche delusioni. Forse ci aspettiamo dagli altri quello che non è una ricchezza per loro, forse ci aspettavamo l'arricchimento di una scoperta e invece abbiamo ottenuto la polvere di un giacimento esaurito. Abbiamo parlato a lungo, con leggerezza, prendendoci un po' in giro per le nostre piccole manie e fobie, ridendo tanto e con gusto, quel gusto tondo, succoso, fecondo che è del ridere delle stesse cose.
E quando abbiamo chiuso, il peso dei miei giudizi affrettati m'è crollato addosso. Tutto è relativo, tutto è marginale.
Ammetto di avere sbagliato, nei giorni appena trascorsi, nel giudicare chi m'era inviso - e solo momentaneamente - per la puerilità di una frase, di un commento, di un post su Facebook, senza ascoltare le molteplici ragioni del cuore e del cervello. Che dopo - appunto - mi hanno ricordato la sincerità (quanto fastidio può procurarci, vero?) l'attaccamento caparbio e onesto ai propri valori (che è anche il mio), la bizzarra sensibilità e la inaspettata, repentina gentilezza, concrete e tangibili. Chiaroscuri, ombre e luci che ci connotano come esseri umani. E migliori di coloro che pretendono d'essere a tutto tondo, rigorosamente impettitii e zelanti, sorridenti e gravi, senza un filo d'autoironia, senza possedere la bellezza - e la forza - del dubbio.
Michelangelo Merisi " Il bacio di Giuda " 1602
domenica 19 agosto 2018
Sospesa
Irrazionali, senza risposte sono i sogni. Ancora più le immagini notturne che definiamo incubi, quelle che prendono corpo nelle veglie alterne ai brevi sonni accaldati dell'estate. E anche la realtà si trascolora, si muta, diventa un incubo dal quale non v'è risveglio.
Sospesa
Sospesa
accanto a voi
torco le
caviglie sulle pietre
e vi corro
dietro
mille faville s’alzano in
volo
un muro di fuoco spento
Là al fondo
del tempo fermato
c’è il mare
che nessuno
vedrà ribollire
di vita asciugato
Perché
piovono sassi dal cielo
e lacrime d’acqua
nel lavacro di fango.
Neri corvi
frullano e s’abbattono
e ghermiscono
S’afferrano
e strappano
laboriosamente
assidui
ferocemente becchini
delle sepolture.
Calerà la
sera, calerà
la silenziosa ombra
Resterà un
frullare d’ali scomposto
Là in fondo
ci sarà il mare
del nostro ferragosto.
Sospesa vi
inseguo ancora
e voi parlate
I sassi
rotolano sotto i piedi scalzi
Vi chiamo
ancora
e poi non c’è altro.
John Everett Millais. "Ophelia" 1851 - 52
venerdì 10 agosto 2018
Verso una luce nuova.
Vorremmo riprenderlo quel tempo. Vorremmo riacciuffare tutto lo smarrimento doloroso delle assenze, rotolare con quello, affacciarci alla soglia del passato e salutare chi non c'è. Vorremmo riprendere la vita nelle mani, stringerla forte perché non sfugga.
I miei sogni si svolgono quasi sempre in cielo: di notte, blu e luci sotto e sfreccianti saette accanto. Sogno di essere appesa al cielo assieme agli amori miei, le mie donne, i miei ragazzi, sospinti dal vento lungo un filo che non è invisibile, è una treccia lucente bianca. Chagall non mi ha influenzata, mi sono trovata io nei suoi colori. Ero un'adolescente e dormivo nel cielo di notte e ho continuato a farlo. Ecco perché le stelle cadenti di queste notti non sono una novità, le conosco tutte, da molto.
Però ogni anno ne voglio una, di stella, e non arriva mai.
Voglio una stella tutta mia, voglio la mia stella. Che sia buona con le persone che amo; che sia gentile con chi soffre; che sia generosa con chi ha bisogno. Voglio una stella che pulisca il cielo con il suo chiarore d'innocente bellezza, che illumini l'oscurità di chi non riesce a vedere.
Questa notte voglio una stella da regalare.
Poi mi perderò dentro alle onde scure, prive d'ogni suono, senza vibrazioni.
Non importa, è tempo di volare via verso una luce nuova.
I miei sogni si svolgono quasi sempre in cielo: di notte, blu e luci sotto e sfreccianti saette accanto. Sogno di essere appesa al cielo assieme agli amori miei, le mie donne, i miei ragazzi, sospinti dal vento lungo un filo che non è invisibile, è una treccia lucente bianca. Chagall non mi ha influenzata, mi sono trovata io nei suoi colori. Ero un'adolescente e dormivo nel cielo di notte e ho continuato a farlo. Ecco perché le stelle cadenti di queste notti non sono una novità, le conosco tutte, da molto.
Però ogni anno ne voglio una, di stella, e non arriva mai.
Voglio una stella tutta mia, voglio la mia stella. Che sia buona con le persone che amo; che sia gentile con chi soffre; che sia generosa con chi ha bisogno. Voglio una stella che pulisca il cielo con il suo chiarore d'innocente bellezza, che illumini l'oscurità di chi non riesce a vedere.
Questa notte voglio una stella da regalare.
Poi mi perderò dentro alle onde scure, prive d'ogni suono, senza vibrazioni.
Non importa, è tempo di volare via verso una luce nuova.
mercoledì 1 agosto 2018
Me molesta..
Qualche giorno addietro ho detto a un'amica che sentivo la necessità di scrivere , lo faccio di frequente, parlo tra me et moi, parlo a chi ha piacere e cura di prestarmi la propria attenzione.
Sono giorni di fastidiosi , nauseabondi incontri, l'atmosfera è tutta satura di velenose scorie, una poltiglia purulenta di afa e di tossiche parole a stillicidio e a raffica di mitraglia, su queste pagine infette, sui media. La tossina è, come spesso accade, quella rilasciata dall'infestante erba dell'ipocrisia. A tutti i livelli, in tutte le bocche o quasi. C'è la volontà malefica e imperversante di negare l'evidente declino della civiltà fin qui, faticosamente e non del tutto compiutamente, acquisita. Negare che in questo Paese, in questo momento storico sciaguratissimo, vi siano segnali allarmanti di xenofobia, è roba da pornografi che si battono il petto in confessione, di mercanti che fanno la cresta a clienti e allo Stato e piagnucolano al Tempio. Menzogne alle quali i più aderiscono con complice esaltazione pur sapendo che il vero sta altrove. Io leggo e ascolto e il fastidio mi cresce dentro, mi brulica addosso, tanto da non riuscire a essere la donna spontaneamente ironica che sono sempre stata. Il fastidio cresce, aumenta, dilaga dentro di me, mi annienta. E così si acuiscono le intuizioni, si decuplicano le antenne sensitive e mi allontano quando la molestia diventa intollerabile.
C'è un aspetto, in particolare, in tutto questo movimento di pensieri e parole che mi disgusta ulteriormente ed è l'atteggiamento tenuto nei confronti dell'attualità da alcune " perle" del web. In particolare da quelli/e che si definiscono o vengono acclamati quali poeti. E magari, chissà, lo sono. Ma il loro dialogare, sovente quotidiano! per versi e per palpiti asetticamente roseo, è rivolto all'estremizzazione dell'io, anche se appunto palpitante d'amore e di bellezza e di platonici oppure carnalissimi slanci. In passato, talvolta, sono calati dall'Empireo amoroso giù, ad aggirarsi negli angiporti dei miserabili, ma era sincera commozione? Era partecipazione del cuore e dell'anima? Perché chi scrive e in special modo, chi ha un seguito di fan, di estimatori, di adoratori ben cospicuo, dovrebbe avvertire l'imperativo morale di levare la propria voce, di parlare, di gridare il proprio sdegno. Forse non è facile, forse si dispiacerebbe a qualcuno, forse gli adoratori vogliono esattamente quello che leggono, non altro, non in quelle pagine, non da quella voce vogliono altre parole. Peccato. A mio avviso ( mi sbaglierò, sì) la loro credibilità sbiadisce, s'accuccia scodinzolante e fedele alle attese.
Io no, io leggo le parole dello sdegno e della pietà; altro, oggi, mi annoia. O, come si dice in un idioma che mi è sempre più caro, me molesta.
Frida Khalo "Diegp nella mia mente" 1943
Sono giorni di fastidiosi , nauseabondi incontri, l'atmosfera è tutta satura di velenose scorie, una poltiglia purulenta di afa e di tossiche parole a stillicidio e a raffica di mitraglia, su queste pagine infette, sui media. La tossina è, come spesso accade, quella rilasciata dall'infestante erba dell'ipocrisia. A tutti i livelli, in tutte le bocche o quasi. C'è la volontà malefica e imperversante di negare l'evidente declino della civiltà fin qui, faticosamente e non del tutto compiutamente, acquisita. Negare che in questo Paese, in questo momento storico sciaguratissimo, vi siano segnali allarmanti di xenofobia, è roba da pornografi che si battono il petto in confessione, di mercanti che fanno la cresta a clienti e allo Stato e piagnucolano al Tempio. Menzogne alle quali i più aderiscono con complice esaltazione pur sapendo che il vero sta altrove. Io leggo e ascolto e il fastidio mi cresce dentro, mi brulica addosso, tanto da non riuscire a essere la donna spontaneamente ironica che sono sempre stata. Il fastidio cresce, aumenta, dilaga dentro di me, mi annienta. E così si acuiscono le intuizioni, si decuplicano le antenne sensitive e mi allontano quando la molestia diventa intollerabile.
C'è un aspetto, in particolare, in tutto questo movimento di pensieri e parole che mi disgusta ulteriormente ed è l'atteggiamento tenuto nei confronti dell'attualità da alcune " perle" del web. In particolare da quelli/e che si definiscono o vengono acclamati quali poeti. E magari, chissà, lo sono. Ma il loro dialogare, sovente quotidiano! per versi e per palpiti asetticamente roseo, è rivolto all'estremizzazione dell'io, anche se appunto palpitante d'amore e di bellezza e di platonici oppure carnalissimi slanci. In passato, talvolta, sono calati dall'Empireo amoroso giù, ad aggirarsi negli angiporti dei miserabili, ma era sincera commozione? Era partecipazione del cuore e dell'anima? Perché chi scrive e in special modo, chi ha un seguito di fan, di estimatori, di adoratori ben cospicuo, dovrebbe avvertire l'imperativo morale di levare la propria voce, di parlare, di gridare il proprio sdegno. Forse non è facile, forse si dispiacerebbe a qualcuno, forse gli adoratori vogliono esattamente quello che leggono, non altro, non in quelle pagine, non da quella voce vogliono altre parole. Peccato. A mio avviso ( mi sbaglierò, sì) la loro credibilità sbiadisce, s'accuccia scodinzolante e fedele alle attese.
Io no, io leggo le parole dello sdegno e della pietà; altro, oggi, mi annoia. O, come si dice in un idioma che mi è sempre più caro, me molesta.
Frida Khalo "Diegp nella mia mente" 1943
venerdì 6 luglio 2018
Ma anche io.
Avevo scelto. Avevo scelto di tenere per me le parole che mi erano divenute urgenti ed ero orgogliosa della mia scelta. Poi, oggi, mi arrivano altre parole. Di chi si dice tenace, di chi rivendica il proprio giudizio critico senza tempeste emotive, senza tiri al bersaglio. Con civile obbedienza al proprio ruolo di intellettuale, di nocchiero delle altrui opinioni. E dietro uno spontaneo coro di assensi. Anche il mio. Perché ognuno è in diritto di esprimersi come vuole, perché ognuno è libero di mettersi come gli piace nei confronti del mondo e della società e quindi dei fatti, assumendo la posizione che più gli viene comoda.
Ma anche io, a maggior ragione io che non sposto niente, nessun pensiero, nessuna riflessione. Se non le mie, se non le mie ragioni che appartengono solo al mio cuore.
Ma anche io, a maggior ragione io che non sposto niente, nessun pensiero, nessuna riflessione. Se non le mie, se non le mie ragioni che appartengono solo al mio cuore.
Per vivere
ci vuole molto poco
si deve
tirare il respiro
gonfiare i
polmoni d’aria
Per
camminare senza squarciarsi
i piedi macinati
scarpe ci
vogliono, scarpe
anche di
tela e gomma
Per allontanare
il sole a picco
basterà un
cappello
di cotone,
di paglia
con la
visiera se si è ragazzi
che amano lo
sport
Se si ha
sete ci vuole l’acqua
la birra e
il vino e le altre
bevande
rinfrescanti
sono un
capriccio
di cui
possiamo fare a meno
Se c’è fame
basterà del pane
il riso e il
latte per i più piccoli
le proteine
verranno dopo
se ci sarà
fortuna
se ci sarà
un dopo
avremo anche
la frutta della terra.
E per
dormire?
Ci vorrebbe
un tetto
una capanna, un letto
di erba o di
piume
non importa
purché la schiena
si stenda
tutta e ci sia il riposo.
Il lavoro
dei campi delle zolle
rivoltate
con le mani
non spaventa
la luna
sorge enorme e
mette fine
alla fatica-
Sta in
quelle baracche la paura
Sta nel
grido di dolore
delle nostre
donne
Sta negli
occhi chiusi dell’aguzzino.
In fondo poi
c’è il mare.
che è felice
madre
per chi è
forte e sa nuotare-
Scintilla e
brulica di ombre
sopra e
sotto
e siamo ora
stretti
abbracciando
la fune che ci lega
“Il viaggio
è lungo” ci dice qualcuno
e la terra
invece è di fronte
e si respira
l’odore della morte.
Un’onda
grande, un flusso bianco
nelle orbite
aperte sbarrate
a guardare
un’ultima volta
quell’infinito
azzurro.
Vittorio Matteo Corcos "Sogni" 1896 ca.
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