So che questo genere di argomenti, questo parlare non di cieli azzurri e di palpitazioni estive sotto lune rosse, di flutti al tramonto e di vette rosate dall'ultimo raggio, so che non suonerà felicemente alle orecchie degli innumerevoli cuori poetici che si aggirano qui.
Più di una volta mi è stato fatto notare che la politica non si può fare seduta su una sedia, dietro uno schermo; che è tempo sprecato; che è meglio non sporcarsi con una cosa così sporca: è consigliabile afferrare nuvole e spazi luminosi, spingersi oltre le umane miserie. Volare alti, alti. A costo di perdere di vista la terra che calpestiamo giornalmente e con essa gli esseri umani e noi stessi, quindi.
Ma io appartengo a una generazione che non poteva fare a meno di sentirsi "politica", di vivere la politica anche dentro le stanze di casa, di assaporarla come vino ai pasti. Di farci l'amore, pure quello; e, ad alcuni di noi, ce lo ha insegnato.
E allora mi appassiono sempre, mi sdegno sempre, mi illudo e mi sconforto sempre. Come in questi giorni, tragicomici e non dissimili da altri del passato, che hanno segnato le mie ore. Incollata davanti allo schermo a sentirli e a guardarli sfilare, questi ometti rissosamente tristi. Già! Mi ispirano tristezza perché sono il riflesso corporeo di un Paese triste e rissoso: come potrebbero essere altrimenti? Quali altre energie buone potrebbero emanare, se nessuno è disposto a coglierle, ad accettarle, ad accompagnarle?
Ai loro volti abbronzati e strizzati dal timore della perdita (pensate, pensiamo al fremito di ansia che li assale, "E ora? Cosa farò?" Il potere assaggiato è l'esca della schiavitù), ai loro volti contratti si si alternano quelli gaudenti, giulivi dei commentatori negli studi televisivi. Perché è una pacchia, una manna dal Cielo parlarne. Ognuno parla e parla e parla, contraddicendosi, dandosi idealmente teneri buffetti sulla guancia, ruminando la più nuova, clamorosa, eclatante e definitiva esegesi della penosa situazione in atto. Sempre sereni, mai arrabbiati, seraficamente asettici. Sempre cinicamente sul posto, attorno al cadavere della politica e della nostra povera patria. E io li osservo, li ascolto e mi sdegno: sdegno aggiunto allo sdegno. Stanno aspettando, mi dico, che in qualche modo si scannino, che la politica venga, ancora una volta, decapitata. Giustiziata.
Rendo merito e onore al Prof, Massimo Cacciari che ancora si incazza e si sdegna. Come me.
Come dovrebbe essere per tutti. Anche per chi non vuole parlarne e preferisce i cieli e il mare e il sole. E ovviamente l'amore.
Edvard Munch " Il bacio " 1897
venerdì 23 agosto 2019
sabato 17 agosto 2019
L'ultimo ferragosto, di oggi. Di ieri.
Il ferragosto se n'è andato. E a me s'allarga il cuore: meno caldo, spero, meno obblighi di stare insieme. Un ritorno alla solitudine, quella dei silenzi prolungati delle stanze, ma anche quella dei fruscii in giardino e delle pagine che scivolano tra le mani.
L'ultimo ferragosto di oggi e di ieri.
I guizzi nell'acqua dall'erba
L'ultimo ferragosto di oggi e di ieri.
I guizzi nell'acqua dall'erba
molli gesti
della pigrizia
riconquistata
perché si
nuota come bambini
schizzando
sputi salati
le mani
incise da solchi di freddo.
Fuori una
saetta s'infila nella schiena
non cade dal
cielo quasi nero
e le stelle
sono tutte
cadute a San Lorenzo
stanotte c'è
solo la luna
mezzana
di quando
ero ragazza e portavo
sulla spalla
scoperta
una treccia.
Nel giardino
d’ortensie piegate
le cicale si
fregano le ali
sono allegre
nel
corteggiarsi sulla magnolia,
c’è tra noi
chi le scambia
coi grilli
io dico di
no, che quelli
sono
sapienti, quelli dei campi.
Ma non si
parla stanotte
non si parla
dell’oggi.
Mangiamo e
ridiamo alla mensa
a turno
ridiamo
il vino che
scorre non è sacro
come un
tempo nel tempio
nel nostro
tempo
e nel
nostro
tempio.
Oh! i
giochi, le vittorie
e le
sconfitte e le urla
di chi non
sa perdere.
Rientrano in
fretta
schiamazzano
e i cani
accucciati
per terra
sobbalzano
con musi stupiti.
Uno
scroscio, un tonfo,
un repentino
scatto
una foto
scolorita nella
scatola
magica.
Non siamo
cambiati.
Con altre
ossa, con cuori
dal ritmo
pazzo,
con occhi
segnati
da veli notturne.
Siamo
qui,
in questo
ferragosto di oggi.
Di ieri.
Pablo Picasso "Paysage à Valleuris, la nuit" 1952
venerdì 19 luglio 2019
Erano soli.
Che Nazione è questa? Da ventisette anni mi pongo questa domanda e la risposta la conosco, dolorosamente. Ogni anno si celebrano due uomini, si ricordano gli uomini e le donne che morirono insieme a loro, e sono diventati per tutti, nella tragedia consumata in quei due maledetti mesi, gli Eroi. Due uomini che volevano il cambiamento, ma quello delle viscere della nostra terra, quello che avrebbe dovuto rivoltarla, zolla per zolla, con l’aratro della legalità, della giustizia, della Verità.
Gli è stato impedito con un semplice tocco, un clic che li ha polverizzati;e con i corpi scempiati, hanno polverizzato ogni speranza. Lo avvertimmo subito, noi uomini e donne onesti, che era tutto finito. Lo avvertirono anche i miei figli, seppur quasi bambini. Le mani lorde di sangue agguantarono anche noi. Il sangue degli eroi ci schizzò addosso, divenne la nostra macchia indelebile.
Per ventisette anni abbiamo atteso che da quella nube tossica di sangue e di polvere venisse fuori qualcosa e qualcuno che ci mostrassero quella mano. No, non quella che premette il telecomando, quella ci è stata consegnata. Vorremmo, noi uomini e donne onesti, quell’altra mano. Quella che si sfilò, inerte e molle, dalle spalle di quegli uomini e donne, che non volle accompagnarli, che li lasciò soli. Che fece un cenno di resa e di silenzio.
Ventisette anni di governi, tanti e non ne escludo nessuno, che hanno parlato di volere la Verità, la hanno invocata. Sempre celebrando, sempre ricordando con solerte puntiglio quegli uomini e quelle donne. Eroi, sì li chiamano eroi.
Ma il loro sangue è ancora qui sulle strade, la nostra memoria di donne e uomini onesti urla di dolore e di vergogna perché sapere è un diritto, sapere è il dovere che ci portiamo addosso nei confronti delle future generazioni.
Quando racconterò ai miei nipoti di quegli anni – se ci sarò – avrò due sole certezze da dire.
“Erano due uomini giusti ed erano soli”
Gli è stato impedito con un semplice tocco, un clic che li ha polverizzati;e con i corpi scempiati, hanno polverizzato ogni speranza. Lo avvertimmo subito, noi uomini e donne onesti, che era tutto finito. Lo avvertirono anche i miei figli, seppur quasi bambini. Le mani lorde di sangue agguantarono anche noi. Il sangue degli eroi ci schizzò addosso, divenne la nostra macchia indelebile.
Per ventisette anni abbiamo atteso che da quella nube tossica di sangue e di polvere venisse fuori qualcosa e qualcuno che ci mostrassero quella mano. No, non quella che premette il telecomando, quella ci è stata consegnata. Vorremmo, noi uomini e donne onesti, quell’altra mano. Quella che si sfilò, inerte e molle, dalle spalle di quegli uomini e donne, che non volle accompagnarli, che li lasciò soli. Che fece un cenno di resa e di silenzio.
Ventisette anni di governi, tanti e non ne escludo nessuno, che hanno parlato di volere la Verità, la hanno invocata. Sempre celebrando, sempre ricordando con solerte puntiglio quegli uomini e quelle donne. Eroi, sì li chiamano eroi.
Ma il loro sangue è ancora qui sulle strade, la nostra memoria di donne e uomini onesti urla di dolore e di vergogna perché sapere è un diritto, sapere è il dovere che ci portiamo addosso nei confronti delle future generazioni.
Quando racconterò ai miei nipoti di quegli anni – se ci sarò – avrò due sole certezze da dire.
“Erano due uomini giusti ed erano soli”
lunedì 8 luglio 2019
C'è spazio, sì:
Arrivano senza annunci, senza preavvisi, le visite al cuore. E vi si insediano.
C’è spazio, sì se allentiamo
Le grinze
Ci vorrebbe un ferro a vapore
Per stirarle
Ma c’è spazio, lo sento
Nel flusso
Dei polsi che battono
Saltando
Un verso sbagliato
C’è spazio nella geometrica
Poesia
Del mio cuore corto
Di fiato
Lo liscio e lo allungo
In verticale
Lo scuoto e lo allargo
In orizzontale
C’è spazio, sì
Adesso
Puoi entrare a piccoli
Passi
Senza fretta, non correre
Sei piccola cosa
Minuta
Delicata e profumi
Di nuovo
C’è spazio, sì è accogliente
Fai con calma
Che io ti aspetto.
Salvador Dalì "Ragazza alla finestra" 1925
giovedì 27 giugno 2019
La mia città degli incontri. Barcellona Altrove
Sono trascorsi i giorni, frettolosi, maledettamente frettolosi. L'ho lasciata col cuore in pezzi, l'altra città. l' altrove dove vive il mio Altrove. La città che non mi è più straniera e non lo è mai stata, no, neanche la prima volta quasi quindici anni fa e non sapevo che ci sarei tornata ancora e ancora. Di lei è superfluo parlare, dei suoi monumenti, di Gaudì e delle sue fantasie folli e terribilmente belle che un poco straziano ed eccitano i nervi. Né della Rambla troppo affollata o del Barrio Gotico o dei Musei. Sono le tappe convenzionali, come La Barceloneta, così vitale e giovane da accecare i sensi, da farti venir voglia di tornare indietro per assaggiarla da ventenne.
Per me Barcellona è sì questo, ma è altro. Per me è incontro.
L'incontro con i platani sontuosi dei viali e delle piccole piazze con i palazzi che le cingono, con quell'architettura improvvisamente raffinata, nordica da sembrare Parigi, i carrer che tagliano il Poblenou ,anche qui la Rambla aperta alle raffiche che s'insinuano dal mare. Quello, il mare, è sdraiato a pochi passi, ci si arriva passeggiando per vie più strette, una libreria e un negozio di giochi, il Mercato coperto e la bottega dei fiori. E sempre i bar, piccoli e tumultuosi costellano le strade: impensabile non sedersi a sorseggiare il mio cortado descafeinado.
Ci si incontra a Barcellona. A Barcellona si parla, con tutti.
Il primo incontro, subito quasi al mio arrivo ed è lei, minuta e allegra, la signora con la bici e i fiori nel cestino. Ci ferma e in un italiano perfetto ci chiede:"Italiani?" Noi certamente, sì e invece lei che lo parla con disinvoltura, no. Lei è catalana, di Barcellona. Ma ha studiato l'italiano e conosce il nostro Paese. Dice: "L'italiano è la lingua più bella che ci sia," e, pur non volendo, un poco mi commuovo. Mi commuovo e mi arrabbio, l'Italia mi fa quest'effetto, da qualche tempo. Restiamo a chiacchierare, facciamo una foto, ci scambiamo i contatti, sempre lì, vicino c'è la spiaggia di sabbia chiara e s'abbraccia al mare ed il rumore è musica. Il mare, i gabbiani dalle ali enormi ci corrono sulla testa, sembrano vascelli nell'azzurro, tutto è azzurro in quel mattino. La mia nuova amica riprende la bici con il cesto di fiori e si allontana. Si chiama Mar. Sì, Mare.
I giorni camminano, perché hanno voglia di andare veloci? Perché non rallentano il passo? Io ansimo, non sono più giovane. E non li raggiungo mai, non posso.
Una domenica, siamo pigri, abbiamo un languore addosso che prelude alla melanconia del distacco. Così restiamo in zona, vicino alla Casa Che Sfiora Il Cielo, "c'è un posticino dove si sta bene! Cucina autentica catalana, un posto nascosto, frequentato da persone del luogo. Niente turisti, solo nonni" dicono ridendo.
Il ristorante dei Nonni ( non è così che si chiama, ma è un segreto) è un locale piccolo, stretto e lungo. I proprietari sono marito e moglie e forse c'è qualche altro parente nella cucina. Il cibo è una favola, ci entusiasmiamo, ci perdiamo nell'ordinare baccalà in insalata e poi zuppa di fave e ancora maialetto stufato e filetto con una salsa di funghi che ha la consistenza di una crema. Il dolce, a me che mi porto il vanto d'essere siciliana, mi fa impazzire: arroz con leche, in fondo lo conosco bene, è la base delle nostre zeppole di S. Giuseppe. A tavola si gusta tutto, il cibo e le parole, il vino e le parole. E d'un tratto mi spunta accanto un vecchio signore, oddio quant'è bello, elegante. Viene fuori da un libro di Vàzquez Montalbàn o di Vila-Matas, con quella canizie limpida e gli occhi celesti. il corpo magro e sottile. Inizia a parlare, io capisco poco, ma ci sono i traduttori amorevoli e loro lo conoscono, lo incontrano sempre nel locale, è un signore solo, un vecchio signore d'altri tempi, solo e vuole parlare. Vuole solo che qualcuno gli parli. Quando si allontana dopo averci salutati con un inchino, ho i brividi e le lacrime non le trattengo più.
Barcellona è la mia città degli incontri e del mio Altrove.
Per me Barcellona è sì questo, ma è altro. Per me è incontro.
L'incontro con i platani sontuosi dei viali e delle piccole piazze con i palazzi che le cingono, con quell'architettura improvvisamente raffinata, nordica da sembrare Parigi, i carrer che tagliano il Poblenou ,anche qui la Rambla aperta alle raffiche che s'insinuano dal mare. Quello, il mare, è sdraiato a pochi passi, ci si arriva passeggiando per vie più strette, una libreria e un negozio di giochi, il Mercato coperto e la bottega dei fiori. E sempre i bar, piccoli e tumultuosi costellano le strade: impensabile non sedersi a sorseggiare il mio cortado descafeinado.
Ci si incontra a Barcellona. A Barcellona si parla, con tutti.
Il primo incontro, subito quasi al mio arrivo ed è lei, minuta e allegra, la signora con la bici e i fiori nel cestino. Ci ferma e in un italiano perfetto ci chiede:"Italiani?" Noi certamente, sì e invece lei che lo parla con disinvoltura, no. Lei è catalana, di Barcellona. Ma ha studiato l'italiano e conosce il nostro Paese. Dice: "L'italiano è la lingua più bella che ci sia," e, pur non volendo, un poco mi commuovo. Mi commuovo e mi arrabbio, l'Italia mi fa quest'effetto, da qualche tempo. Restiamo a chiacchierare, facciamo una foto, ci scambiamo i contatti, sempre lì, vicino c'è la spiaggia di sabbia chiara e s'abbraccia al mare ed il rumore è musica. Il mare, i gabbiani dalle ali enormi ci corrono sulla testa, sembrano vascelli nell'azzurro, tutto è azzurro in quel mattino. La mia nuova amica riprende la bici con il cesto di fiori e si allontana. Si chiama Mar. Sì, Mare.
I giorni camminano, perché hanno voglia di andare veloci? Perché non rallentano il passo? Io ansimo, non sono più giovane. E non li raggiungo mai, non posso.
Una domenica, siamo pigri, abbiamo un languore addosso che prelude alla melanconia del distacco. Così restiamo in zona, vicino alla Casa Che Sfiora Il Cielo, "c'è un posticino dove si sta bene! Cucina autentica catalana, un posto nascosto, frequentato da persone del luogo. Niente turisti, solo nonni" dicono ridendo.
Il ristorante dei Nonni ( non è così che si chiama, ma è un segreto) è un locale piccolo, stretto e lungo. I proprietari sono marito e moglie e forse c'è qualche altro parente nella cucina. Il cibo è una favola, ci entusiasmiamo, ci perdiamo nell'ordinare baccalà in insalata e poi zuppa di fave e ancora maialetto stufato e filetto con una salsa di funghi che ha la consistenza di una crema. Il dolce, a me che mi porto il vanto d'essere siciliana, mi fa impazzire: arroz con leche, in fondo lo conosco bene, è la base delle nostre zeppole di S. Giuseppe. A tavola si gusta tutto, il cibo e le parole, il vino e le parole. E d'un tratto mi spunta accanto un vecchio signore, oddio quant'è bello, elegante. Viene fuori da un libro di Vàzquez Montalbàn o di Vila-Matas, con quella canizie limpida e gli occhi celesti. il corpo magro e sottile. Inizia a parlare, io capisco poco, ma ci sono i traduttori amorevoli e loro lo conoscono, lo incontrano sempre nel locale, è un signore solo, un vecchio signore d'altri tempi, solo e vuole parlare. Vuole solo che qualcuno gli parli. Quando si allontana dopo averci salutati con un inchino, ho i brividi e le lacrime non le trattengo più.
Barcellona è la mia città degli incontri e del mio Altrove.
martedì 21 maggio 2019
La vida es sueño
La vida es sueño dice Calderòn de La Barca. E io dico che i sogni sono, possono diventare vita.
Non mi resta che cercarti nei sogni
Non mi resta altro di te
non mi restano altro
che i sogni.
In questi, arrivi puntuale
non ti s’inceppa il tempo.
Mi cammini davanti chiara
come una folgore indichi
I luoghi, le stanze
ariose di echi di canti
di sussurri nascosti
tra le tende e i letti,
inganni e trappole
degli occhi ciechi
sei abile a crearli,
fata Morgana
Mi fai vagare,
mi spezzi le ginocchia
perché sai
di avermi in pugno,
sono più vecchia di te
che attraversi il labirinto
tutta spedita
conosci il percorso, tu.
E livide macchie s’annidano
improvvisamente
dietro una porta chiusa.
Dietro ci può essere
di tutto, ci può essere
un prato e un gatto
color cipria
o un usignolo nella gabbia
che s’arroventa al sole.
Ci può essere una donna
che cuoce una torta
o anche un uomo
che non riesce a piangere.
Folate di vento s’alzano
s’allungano dietro di me
lenzuoli di neve,
la porta scricchiola sui cardini
e la mia mano trema.
Ti sei dileguata, vita?
René Magritte, La filosofia nel Boudoir, 1954
Non mi resta che cercarti nei sogni
Non mi resta altro di te
non mi restano altro
che i sogni.
In questi, arrivi puntuale
non ti s’inceppa il tempo.
Mi cammini davanti chiara
come una folgore indichi
I luoghi, le stanze
ariose di echi di canti
di sussurri nascosti
tra le tende e i letti,
inganni e trappole
degli occhi ciechi
sei abile a crearli,
fata Morgana
Mi fai vagare,
mi spezzi le ginocchia
perché sai
di avermi in pugno,
sono più vecchia di te
che attraversi il labirinto
tutta spedita
conosci il percorso, tu.
E livide macchie s’annidano
improvvisamente
dietro una porta chiusa.
Dietro ci può essere
di tutto, ci può essere
un prato e un gatto
color cipria
o un usignolo nella gabbia
che s’arroventa al sole.
Ci può essere una donna
che cuoce una torta
o anche un uomo
che non riesce a piangere.
Folate di vento s’alzano
s’allungano dietro di me
lenzuoli di neve,
la porta scricchiola sui cardini
e la mia mano trema.
Ti sei dileguata, vita?
René Magritte, La filosofia nel Boudoir, 1954
giovedì 2 maggio 2019
Da una frase.
Da una frase di un poeta amato, poche parole e si torna indietro. A un viaggio a Lisbona, mai completato. A un'amicizia di cartapesta che si dissolve.
Segui il tuo destino,
bagna le tue piante,
ama le tue rose.
Il resto è l'ombra di alberi
estranei.
Fernando Pessoa
Mi sono detta 'è quello che faccio'. Curo le rose, osservo i boccioli che stiano bene senza pidocchietti, vado in estasi accanto alla tunbergia che esplode tra i tralicci vestendoli di viola, spio le gentili dature, giocano a fare le timide fanciulle e non si risolvono a dare i cerulei grappoli; mi chino presso l'ortensia che promette segrete infiorescenze, di tinta ancora incerta, sfioro con lo sguardo la lobelia che pare arricciarsi tutta, è una pianticella sdegnosa. E i gelsomini s'allungano al vento lieve e pure il plumbago scatta verso l'alto, alla ricerca di luce. La camelia, soltanto, con foglie croccanti e dipinte come da un lucidalabbra, s'è già addormentata, non fiorisce in aprile. E le margherite candide ridono sulla siepe. Liriopi e ceratostigma non son precoci, partoriranno sul finir dell'agosto. L'agliastro, il rosmarino, la mentuccia e gli altri aromi stanno nei vasi ad aspettarmi, li visito spesso. Sotto gli imponenti alberi che custodiscono questo piccolo spazio, crescono due vecchi agrumi, tutti annodati, un mandarino e un limone,
daranno qualche frutto, di dimensioni sparute, ma succosi e aspri.
In un canto, solitaria, selvatica si tende la mia erica. A lei il mio cuore, perché è di carni delicate, fragili fusti svettanti, campanelle trasparenti color d'altre aurore, teme il calore delle mie estati: la proteggerò, le darò i sogni delle sue lande nordiche, la bagnerò con acqua fresca, come se fosse pianto. A tutte loro, ad ogni pianta, posso dare un nome, sono tutti qui, tra queste zolle ricoperte di ciottoli di fiume, i miei amori.
Gli alberi estranei li riconosco, li ho già visti e non mi ingannano più. La loro ombra non mi segue, io non vi cerco riparo. Non più.
Sara Wilson "Il giardino segreto" 1996
Segui il tuo destino,
bagna le tue piante,
ama le tue rose.
Il resto è l'ombra di alberi
estranei.
Fernando Pessoa
Mi sono detta 'è quello che faccio'. Curo le rose, osservo i boccioli che stiano bene senza pidocchietti, vado in estasi accanto alla tunbergia che esplode tra i tralicci vestendoli di viola, spio le gentili dature, giocano a fare le timide fanciulle e non si risolvono a dare i cerulei grappoli; mi chino presso l'ortensia che promette segrete infiorescenze, di tinta ancora incerta, sfioro con lo sguardo la lobelia che pare arricciarsi tutta, è una pianticella sdegnosa. E i gelsomini s'allungano al vento lieve e pure il plumbago scatta verso l'alto, alla ricerca di luce. La camelia, soltanto, con foglie croccanti e dipinte come da un lucidalabbra, s'è già addormentata, non fiorisce in aprile. E le margherite candide ridono sulla siepe. Liriopi e ceratostigma non son precoci, partoriranno sul finir dell'agosto. L'agliastro, il rosmarino, la mentuccia e gli altri aromi stanno nei vasi ad aspettarmi, li visito spesso. Sotto gli imponenti alberi che custodiscono questo piccolo spazio, crescono due vecchi agrumi, tutti annodati, un mandarino e un limone,
daranno qualche frutto, di dimensioni sparute, ma succosi e aspri.
In un canto, solitaria, selvatica si tende la mia erica. A lei il mio cuore, perché è di carni delicate, fragili fusti svettanti, campanelle trasparenti color d'altre aurore, teme il calore delle mie estati: la proteggerò, le darò i sogni delle sue lande nordiche, la bagnerò con acqua fresca, come se fosse pianto. A tutte loro, ad ogni pianta, posso dare un nome, sono tutti qui, tra queste zolle ricoperte di ciottoli di fiume, i miei amori.
Gli alberi estranei li riconosco, li ho già visti e non mi ingannano più. La loro ombra non mi segue, io non vi cerco riparo. Non più.
Sara Wilson "Il giardino segreto" 1996
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